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Von der Leyen, tutti gli scogli da superare per la nuova leader Ue

Ursula von der Leyen è sopravvissuta al voto di fiducia dell'Europarlamento, con soli 9 voti in più rispetto al minimo previsto. Gli scogli al suo mandato, però, sono ancora tutti da affrontare. Ecco quali sono

di Alberto Magnani


Ue, von der Leyen prima presidente donna della Commissione

5' di lettura

Ursula von der Leyen è sopravvissuta alla “fiducia” dell’Europarlamento, anche se con soli nove voti in più rispetto al minimo previsto . Gli scogli più insidiosi sul suo mandato, però, sono tutti da affrontare. Dopo aver incassato il via libera formale dell’Eurocamera, la ex ministra tedesca si insedierà nel suo ruolo al primo novembre, succedendo a Jean-Claude Juncker nella figura di capo dell’esecutivo comunitario. Non è eccessivo dire che la data di esordio è l’unica certezza fissata sull’agenda.

A livello procedurale, von der Leyen deve formare la sua Commissione, collaborando con il Consiglio per individuare la squadra di candidati e sottporli a un’ulteriore selezione del Parlamento. A livello politico, il terreno più scivoloso, von der Leyen dovrà tradurre in atti legislativi le battaglie di principio elencate nel suo discorso d’esordio alla Camera: dal cambiamento climatico al monitoraggio sullo stato di diritto, senza dimenticare i nodi rimasti in sospeso dalla legislatura terminata nel 2019. Come la Brexit e la riforma del regolamento di Dublino, il pacchetto di regole sull’immigrazione che avrebbe dovuto essere rivisto in occasione della scorsa legislatura.

Il primo ostacolo: una Commissione «bilanciata» fra uomini e donne
Il primo ostacolo è di natura tecnica, almeno formalmente. Von der Leyen dovrà indicare al Parlamento una lista di candidati per la Commissione, scelti di concerto con il Consiglio europeo in base ai nomi proposti dai singoli paesi. La procedura è già macchinosa di per sé. Gli aspiranti commissari devono essere auditi e approvati singolarmente dalle commissioni parlamentari: se non ottengono il via libera, di prassi, l’esecutivo chiede al paese di proporre un nuovo candidato. L’Eurocamera approva poi la Commissione in blocco, passando la palla al voto a maggioranza qualificata del Consiglio europeo. Non è facile formare una squadra che metta d’accordo i vari stati e il successivo giudizio dei parlamentari, ma la Commissione Von der Leyen ha alzato ancora di più la posta in palio.

IL RITRATTO/Chi è la nuova presidente della commissione Ue

La neopresidente ha dichiarato infatti di voler garantire un «equilibrio di genere» nel braccio esecutivo Ue, ovvero una presenza identica di donne e uomini fra i 28 membri dell’istituzione. La Commissione in uscita contava appena nove donne, anche se in posizioni di rilievo (come Federica Mogherini nel ruolo di Alto rappresentante per la politica estera) o con la responsabilità di portafogli pesanti (Margrethe Vestager alla Concorrenza e Cecilia Malmström al Commercio). Von der Leyen è intenzionata a chiedere ai paesi di inviare almeno due candidati, un uomo e una donna, per facilitare la formazione di una squadra dove i due sessi siano rappresentati al 50% ciascuno. Un risultato inedito nella storia dell’istituzione. «È qui che la sua leadership verrà messa alla prova per la prima volta. E non sarà una prova da poco» fa notare Maria Demertzis, vicedirettore del think tank Bruegel.

La tre sfide per 2019-2024: cambiamento climatico, coesione, alleanze
Risolta la partita della squadra, se ne aprirà una ancora più delicata: governare. Von der Leyen si è rivolta all’Eurocamera con un discorso di centro(sinistra) che include obiettivi generali come la riduzione delle emissioni inquinanti, meccanismi di protezione sociale e un monitoraggio costante sul rispetto dello Stato di diritto e dei valori fondanti della Ue. Nel concreto, però, la sua azione politica deva tradursi nella formulazione di atti legislativi che seguano la procedura europea: proposta della Commissione e approvazione congiunta di Parlamento e Consiglio europeo. Sempre Bruegel evidenzia che i dossier incisivi, da qui al 2024, dovrebbero essere l’affermazione della Ue come player su scala globale, il contrasto al cambiamento climatico e la capacità di Bruxelles di aumentare la coesione comunitaria, predisponendo ad esempio misure di tutela per disoccupazione e crisi economica.

Non si parla di traguardi elementari, come testimoniano le ostilità già emerse da alcuni paesi contro l’obiettivo di tagliare a zero le emissioni inquinanti entro il 2050 (la Polonia) o le discordie che si manifestano fra stati membri quando si tratta di inviduare la rete di alleanze internazionali (dal rapporto con gli Stati Uniti di Donald Trump alle sanzioni alla Russia di Putin). Nel caso di von der Leyen, però, il quadro è complicato ancora di più da un Parlamento Ue spaccato come mai nella sua storia e un Consiglio che non gode di migliore armonia fra stati membri, complici le frizioni occasionali anche fra partner stabili come Francia e Germania.

Una prova dell’atmosfera che si respira a Bruxelles e Strasburgo è stata data anche dal voto di approvazione dell’Eurocamera a von der Leyen, dove la fiducia sul filo del rasoio alla neo-presidente rispecchia sia la spaccatura profonda dell’assemblea, sia una conflittualità latente anche fra le stesse istituzioni (l’Eurocamera contro il Consiglio, e viceversa). Almeno per quanto riguarda il Parlamento, dice Demertzis, l’ancora di salvezza sarà offerta da una politica che sposti il paeso dai partiti alle coalizioni. Finita l’epoca del duopolio di Popolari e Socialisti, non resta che sperare nel formarsi di coalizioni disposte a votare volta per volta sui contenuti. «Si passa dal duopolio a un “multi-partitismo” - spiega Demertzis - Quindi von der Leyen potrà ottenere risultati se riuscirà a coalizzare i gruppi su contenuti concreti».

Le due incompiute, Brexit e regolamento di Dublino
Non bastassero le incognite in arrivo, la Commissione von der Leyen deve sobbarcarsi due «incompiute» delle legislatura passata. Da un lato c’è la Brexit, il divorzio tra il Regno Unito e la Ue che si sarebbe dovuto consumare lo scorso 29 marzo. Le cose sono andate un po’ diversamente e, ora, Londra ha margine fino al 31 ottobre per incassare il via libera del Parlamento al «deal» siglato dall’allora premier Theresa May con i partner europei. In questo caso la partita si gioca quasi per intero oltremanica, visto che Bruxelles ha già messo in chiaro di non voler rimettere mano all’accordo raggiunto, affidando al governo britannico il raggiungimento di un’intesa con la Camera dei comuni.

Von der Leyen ha mostrato però un atteggiamento di apertura alle esigenze temporali (e politiche) dell’esecutivo londinese, tra l’altro nel vivo di un cambio della guardia che porterà all’elezione del successore di Theresa May come leader dei Tory e capo del governo. Tradotto nella pratica, la neopresidente è disposta a concedere una ulteriore proroga a Londra per la ricerca di un’approvazione del Parlamento, facendo magari slittare di un altro semestre il termine massimo per la ratifica.

Dall’altro lato, la Ue deve trovare un’armonia (anche) legislativa sul tema dell’immigrazione. La scorsa legislatura si è chiusa con il flop della riforma del regolamento di Dublino, approvata dal Parlamento ma naufragata in Consiglio “grazie” al voto ostile di alcuni paesi. Inclusa l’Italia, in teoria fra le prime beneficiarie di un testo più attento alla distribuzione dei migranti e agli obblighi di solidarietà. «Vista la situazione attuale e la linea dei vari governi, mi sembra difficile che la riforma del regolamento si sviluppi favorevolmente all’Italia» fa notare Marco Borraccetti, professore di diritto della Ue alla Università di Bologna.

Dublino o meno, prosegue Borraccetti, la nuova Commissione potrebbe (o dovrebbe) confrontarsi con due misure-chiave per la regolazione del fenomeno: «La prima è il ricollocamento, necessaria per diminuire la pressione e quindi i fenomeni di irregolarità - dice Borraccetti - La seconda è la costruzione di corridoi umanitari, e più in generale, di forme di accesso. È giusto che chi arriva qui possa chiedere la protezione internazionale». Il peso effettivo di von der Leyen si vedrà, comunque, dopo la formazione dell’esecutivo e la definizione della squadra destinata ad assistere von der Leyen. Il voto dell’Eurocamera sarà decisivo, una volta di più, per stabilire il margine di gradimento dell’esecutivo e, quindi, la sua forza politica reale. Il secondo esame, fra i tanti, sui cinque anni dell’ex ministra tedesca.

Riproduzione riservata ©
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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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