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Von der Leyen, la Commissione nasce fragile. Decisivi i voti dei Cinque stelle

Solo 383 voti a favore, nove in più del minimo di 374, contro 327 contrari e 22 astenuti. Ursula von der Leyen incassa la “fiducia” dell’Europarlamento e potrà insediarsi come presidente della Commissione europea, confermando la scelta emersa dalle (svariate) maratone negoziali dei leader europei. Eppure, oltre ai complimenti di circostanza, sono in pochi a festeggiare

di Alberto Magnani


Ue: von der Leyen, discorso europeista e standing ovation

4' di lettura

Solo 383 voti a favore, nove in più del minimo di 374, contro 327 contrari e 22 astenuti. Ursula von der Leyen incassa la “fiducia” dell’Europarlamento e potrà insediarsi come presidente della Commissione europea, confermando la scelta emersa dalle maratone negoziali dei leader europei. Eppure, oltre ai complimenti di circostanza, sono in pochi a festeggiare.

Il consenso emerso dalla plenaria di Strasburgo è risicato, sconfessando l’attesa di una maggioranza pro-europea capace di portarle in dote almeno 400 seggi e superare il suo predecessore Jean-Claude Juncker (approvato all’epoca con 422 voti a favore, 39 in più rispetto alla nuova presidente dell’esecutivo comunitario). Il voto è segreto, quindi è impossibile mappare con esattezza i voti favorevoli e ostili alla - ormai ex - ministra tedesca della Difesa.

Di sicuro però il cordone sanitario filoeuropeo, come lo chiamano le forze di opposizione al vecchio asse Popolari-Socialisti, sembra essersi sfilacciato ancora di più rispetto al voto che ha portato alla nomina di David Sassoli come numero uno del Parlamento . Sassoli è stato eletto con 345 voti, 13 in voti di più rispetto ai 332 necessari per la maggioranza. Von der Leyen si è fermata al margine che abbiamo visto, un risultato che aggiusta al ribasso anche le stime più prudenziali emerse alla vigilia del voto.

Il sì dei Popolari, la spaccatura dei Socialisti e il no di Verdi e sovranisti
L’unica certezza è il sì dei Popolari e dei liberali di Renew Europe, un tandem che dovrebbe essere valso l’equivalente di almeno 290 voti. Il resto dei consensi si distribuisce nel resto dell’Eurocamera, con alcune sorprese. A quanto si apprende i Socialisti, nonostante l’annuncio di un voto favorevole, hanno finito per spaccarsi fra singoli gruppi nazionali, riducendo il bottino di voti a sostegno della nuova presidente della Commissione. Rumour riportati dalla testata Politico.eu segnalavano, già prima del voto, che von der Leyen avrebbe subito il voto contrario delle delegazioni socialiste di Francia (l’equivalente di 5 voti), Germania (16), Austria (5 voti), Slovenia (2) e Bulgaria (5). In totale fanno 33 voti sui 154 che avrebbero potuto essere espressi dal gruppo all’Eurocamera: un valore modesto, ma che rappresenta comunque un quinto del totale e sancisce una sintonia tra deputati socialisti francesi e tedeschi contro una figura legata alla Cdu e alla traballante Grosse Koalition di Berlino.

Decisivi i voti dei Cinque stelle
Sicuramente contrari i Verdi (74 seggi e un no compatto anche in fase di annuncio), l’ultradestra di Identità e Democrazia (73 seggi: alla fine ha detto no anche la Lega, con i suoi 28 parlamentari, nonostante vari cambi di rotta nel corso della giornata), la Sinistra Unita (41 seggi) ed evidentemente deputati attinti da altri gruppi dell’emiciclo. Come si è arrivati alla vittoria, sia pur stretta, di von der Leyen? Oltre al supporto del resto della famiglia dei Socialisti, von der Leyen ha contato sul voto favorevole di singoli deputati dei non-iscritti. È il caso dei deputati dei Cinque stelle, ritenuti decisivi con un apporto di 14 voti: un assist decisivo, visti margini strettissimi della maggioranza. Ma il soccorso è arrivato anche da destra, inclusi i paesi che accusati di minare lo «stato di diritto» difeso da von der Leyen. Diritto e Giustizia, il partito nazionalista polacco che guida il governo e aderisce al gruppo dei Conservatori e riformista, si era espresso in sostegno della neo-presidente con i suoi 26 deputati Ue.

Ora è il turno dei commissari
Il primo impegno di von der Leyen sarà la scelta dei commissari, di concerto con il Consiglio europeo. La squadra dovrà essere formata entro l’autunno, cercando di mediare nuovamente tra le richieste dei vari paesi e degli stessi gruppi politici. La ex ministra tedesca della Difesa entrerà in carica il prossimo primo novembre, anche se i presupposti del nuovo esecutivo sembrano già abbastanza fragili. Von der Leyen è il nome di compromesso sbucato dall’ultima riunione del Consiglio europeo, con una prova di forza che ha spinto i capi di Stato e governo a disconoscere il meccanismo degli spitzekandidaten: i candidati per la guida della Commissione indicati dai partiti in vista delle elezioni, con l’obiettivo di «democratizzare» il processo e trasformare il voto per il Parlamento in un voto, indiretto, anche all’equivalente del capo del governo Europeo.

I due spitzen principali, Manfred Weber (Ppe) e Frans Timmermans (S&D), si sono trovati accomunati dallo stesso destino: essere prima illusi e poi scaricati senza ottenere alcun ruolo specifico nelle istituzioni. La ferita è particolarmente dolorosa per entrambi, anche se nel caso di Timmermans c’è l’aggravante della tempistica: chiamato in causa improvvisamente da Angela Merkel, è stato portato a un passo dal sì dei Consiglio e liquidato con la stessa velocità in favore di una figura mai menzionata prima. Ora i nomi scelti insieme al Consiglio, in base alle indicazioni dei paesi, dovranno passare per un meccanismo rigidissimo di audizioni dei parlamentari. Gli stessi che hanno concesso una maggioranza debole alla presidente della nuova Commissione e, forse, alla sua idea di Europa.

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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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