Editoriali

Voti 2021 alle banche centrali: ok la Bce, Fed rimandata

di Donato Masciandaro

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3' di lettura

Nell’anno della Grande Incertezza, che pagelle dare alle politiche monetarie? Promossa la Bce, rimandata la Fed, bocciata la Banca Popolare di Cina, ma anche le decisioni dei governi di Turchia e Nuova Zelanda. Perché quello che conta è il mix tra credibilità della banca centrale e trasparenza dell’azione monetaria.

L’anno che si sta per chiudere può essere battezzato come la congiuntura della Grande Incertezza: la fine della Recessione Pandemica è infatti coincisa con un aumento della incertezza macroeconomica.

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L’origine è nella natura stessa della Recessione Pandemica, che è stata speciale: nata da un fattore non-economico – la pandemia – che si è intrecciata con le politiche pubbliche a difesa della salute, ha finito per colpire in modo simultaneo, negativo e profondo, la dinamica sia della domanda aggregata che dell’offerta aggregata.

Nel 2020 la reazione delle politiche monetarie è stata rapida ed unanime: occorreva mettere in campo tutti gli strumenti possibili per finanziare le politiche fiscali e del lavoro necessarie per affrontare l’emergenza macroeconomica.

Il tratto comune delle politiche monetarie anti-pandemia è stato quello degli annunzi vincolanti: occorreva rassicurare mercati, imprese e famiglie sul fatto che la liquidità non sarebbe mancata. Quindi le parole sono diventate sempre più importanti nel determinare l’efficacia della politica monetaria.

Di riflesso, è risultato sempre più rilevante il mix tra la trasparenza di quelle parole – in termini di obiettivi e strumenti della politica monetaria – e la credibilità di chi quelle parole pronuncia – la banca centrale. Un mix che rappresenta quindi il criterio per valutare le politiche monetarie del 2021, di fronte alla Grande Incertezza. La Grande Incertezza è alimentata da due sorgenti: l’andamento della malattia e quello dei prezzi.

Di conseguenza, non deve essere accresciuta da una terza sorgente: l’opacità della politica monetaria.

Da questo punto di vista, l’operato della Bce merita una valutazione positiva. La Bce, con la riforma della sua strategia monetaria, ha reso più chiaro il suo obiettivo: una crescita dei prezzi al 2%, con una attenzione simmetrica sia ai rischi inflattivi che a quelli deflattivi. Inoltre, la normalizzazione sia degli interventi sulla liquidità che sui tassi di interesse è stata legata ad un preciso calendario, che è comunque flessibile rispetto all’andamento della congiuntura nei prossimi mesi. Anche la Fed ha riformato la sua strategia, ma aumentandone l’opacità: dati due obiettivi – inflazione ed occupazione – nessuno di essi è specificato con chiarezza. Inoltre, la Fed continua ad offrire non impegni vincolanti sulla politica monetaria, ma semplici previsioni, individuali ed anonime, dei membri del suo consiglio direttivo. Si può essere più opachi? Sì, se si opera come la Banca centrale cinese. Sul finire dell’anno, la politica monetaria è divenuta espansiva. Le ragioni? Potrebbe esserci una causa macroeconomica – rallentamento della crescita – oppure finanziaria – la debolezza del settore immobiliare – oppure entrambi. L’assenza di trasparenza è di per sè un tratto negativo della politica monetaria cinese.

Infine, l’efficacia della poliitica monetaria può essere minata dalla azione dei governi. È il caso della Turchia: non fa bene alla credibilità di una banca centrale il cambio di tre governatori in tre anni. Ma è anche il caso della Nuova Zelanda: il governo ha varato una riforma dell’assetto della banca centrale – entrerà in vigore nel 2022 – che ne annacqua il mandato, affiancando ad inflazione e crescita anche la stabilità finanziaria. In parallelo, vengono aumentati i poteri del ministro delle Finanze. È una notiza che colpisce, arrivando da un Paese che negli anni 80 è stato pioniere dell’indipendenza della banca centrale. Si tratta di una rondine isolata, oppure è il preludio di una nuova stagione dei rapporti tra politica e banche centrali? Vediamo.

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