modifiche costituzionali bipartisan

Voto ai 18enni anche per il Senato: primo sì alla riforma M5s-Pd

Primo sì unanime in commissione Affari costituzionali della Camera alla modifica costituzionale che abbassa da 25 a 18 anni l’età per votare per il Senato. In questo modo si uniformano le platee elettorali dei due rami del Parlamento riducendo al minimo il rischio di maggioranze diverse. Primi firmatari della riforma Stefano Ceccanti del Pd e Valentina Corneli del M5s: prove di dialogo?

di Emilia Patta


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3' di lettura

Di legislature iniziate senza maggioranza o con numeri sensibilmente diversi in una delle due Camere ce ne sono state più di una negli ultimi 25 anni: nel 1994 il governo Berlusconi aveva la maggioranza alla Camera ma non in Senato; nel 1996 il governo Prodi partì a situazione invertita: maggioranza in Senato ma non alla Camera; nel 2006 il secondo governo Prodi aveva una maggioranza sicura alla Camera e solo 4 voti di scarto, compresi i senatori a vita, in Senato. Fino ad arrivare al cortocircuito del 2013, quando il Pd guidato da Pier Luigi Bersani vinse il premio di maggioranza previsto dal Porcellum alla Camera ma in Senato non riuscì a formare una maggioranza omogenea (non c’erano i numeri anche accorpando Scelta civica di Mario Monti). La via di uscita fu il governo guidato da Enrico Letta e appoggiato dai nemici storici di sempre, Pd e Forza Italia.

Dal 1994 per 4 volte maggioranze diverse tra Camera e Senato
Colpa della legge elettorale con cui si è votato nel 2006 e nel 2013, certo: il Porcellum prevedeva il premio di maggioranza nazionale alla Camera e premi di maggioranza regione per regione al Senato. Ma è anche vero che nel ’94 e nel ’96 - quando pure le maggioranze nei due rami del Parlamento non risultarono omogenee - si è votato con il Mattarellum, che prevedeva due sistemi sostanzialmente uguali per le due Camere. Il punto è che ad essere differente è la stessa platea elettorale: per la Camera possono votare i cittadini da 18 anni in su (l’elettorato passivo è 25 anni) mentre per il Senato possono votare solo i cittadini che hanno compiuto 25 anni (l’elettorato passivo è 40 anni). Ed è questo uno dei motivi, a giudizio di molti studiosi, del costante rischio ingovernabilità nel nostro Paese assieme all’anomalia del bicameralismo paritario (due Camere che danno entrambe la fiducia al governo e che approvano le stesse leggi).

L’obiettivo di uniformare le platee elettorali
Se ne parla da decenni del fatto che ben sette classi di età sono escluse dal voto per il Senato. E curiosamente la riforma che concede il voto ai 18enni anche per la Camera “alta” è stata approvata da tutti i gruppi parlamentari in commissione Affari costituzionali di Montecitorio proprio ora, in uno dei momenti di più accesa contrapposizione politica da quando è finita la Prima Repubblica. Protagonisti un deputato del Pd, Stefano Ceccanti, e una deputata del M5s, Valentina Corneli.

Prove di maggioranza alternativa M5s-Pd?
Prove di dialogo in caso dovesse naufragare il governo giallo-verde? Chissà. Il testo intanto andrà in Aula prima della pausa estiva, il 22 luglio. E c’è da credere che l’approvazione arriverà senza intoppi. Mentre sulle riforme volute dal M5s, ossia la riduzione dei numero dei parlamentari e il referendum propositivo, grava più di una resistenza in casa leghista (proprio in queste ore la Lega in commissione Affari costituzionali del Senato, Roberto Calderoli in testa, ha presentato un emendamento al testo sul referendum propositivo che se accolto farebbe ritornare il provvedimento alla Camera rallentandone l’iter).

Resta il nodo dell’elettorato passivo...
In Aula il Pd proverà a introdurre anche l’uniformazione dell’elettorato passivo (25 anni per essere eletti anche in Senato). «In quella sede contiamo di convincere i colleghi della maggioranza che ha anche senso allineare l’elettorato passivo del Senato a quello della Camera, ossia 25 anni - spiega Ceccanti -. È giusto cercare elementi di differenziazione del bicameralismo ma non limitando i diritti politici dei cittadini su cui l’allargamento deve essere la regola».

... e del bicameralismo paritario
Certo, con l’uniformazione della platea elettorale si rende ancora più evidente l’anomalia italiana del bicameralismo paritario: due Camere che fanno le stesse identiche cose e che per dì più sono elette dalla stessa platea di cittadini. Ma questa è tutta altra storia, e da questo orecchio dopo il fallimento del referendum renziano nel 2016 i pentastellati non ci vogliono sentire. Ma val la pena ricordare che a inizio legislatura il sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti lanciò l’idea di una riforma condivisa per superare il bicameralismo, differenziando le funzioni tra Camera e Senato, e per dare al Paese una legge elettorale chiaramente maggioritaria. Mai dire mai.

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