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Indonesia, voto contestato: sei morti e scene di guerra civile a Jakarta

di Gianluca Di Donfrancesco


Reparti antisommossa della polizia (in basso) fronteggia i manifestanti anti Widodo a Jakarta

3' di lettura

Sei morti e oltre 200 feriti, 24 ore di scene da guerra civile nella capitale Jakarta, decine di veicoli dati alle fiamme, un’irruzione tentata negli uffici della commissione elettorale, decine di migliaia di poliziotti a pattugliare le strade: le elezioni in Indonesia hanno riportato il Paese a un clima che non si vedeva dai tempi della caduta del dittatore Suharto, nel 1998.

Le urne hanno premiato il presidente uscente Joko Widodo, riconfermato per un altro mandato con il 55,5% dei voti. Il suo oppositore, l’ex generale ultranazionalista Parabowo Subianto, si rifiuta di riconoscere la vittoria del suo avversario, si è autoproclamato vincitore e denuncia brogli elettorali, senza però fornire prove concrete.

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Subianto discende da una famiglia integrata nell’elite del Paese e legata all’ex dittatore Suharto. Già nel 2014, aveva gareggiato e perso contro Jokowi (così viene chiamato Widodo), il primo outsider a diventare presidente in Indonesia. Nel team di Subianto ci sono diversi gli ex alti ufficiali in pensione. La sua campagna elettorale è stata incentrata sulla paura e sulla difesa dell’Indonesia dallo sfruttamento delle multinazionali. Subianto si è spinto fino ad allinearsi con i gruppi musulmani radicali pur di assicurarsi la maggioranza nella conservatrice provincia di Aceh, dove è in vigore legge islamica, la Shariah.

Gli incidenti sono cominciati martedì, dopo la diffusione dei risultati ufficiali delle elezioni tenutesi il 17 aprile. I sostenitori di Subianto hanno cercato di fare irruzione negli uffici della commissione elettorale, nel centro di Jakarta: in centinaia hanno assediato l’edificio protetto da fortificazioni con filo spinato. Da lì, gli scontri si sono diffusi nelle vie circostanti, che pure erano presidiate da circa 50mila tra poliziotti e soldati. Ai lanci di pietre e moltov, le forze di sicurezza hanno risposto con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma. I disordini sono proseguiti tutta la notte e nella mattinata una stazione della polizia è stata data alle fiamme. Sono ormai 62 le persone arrestate.

Jokowi si è presentato alle telecamere dei media nazionali, affiancato da generali e vertici delle forze di sicurezza per dichiarare che la situazione è sotto controllo: un segnale per dire che i militari sono con lui e dissolvere tentazioni e timori di colpi di Stato. «Sono pronto a lavorare con chiunque per il progresso del Paese, ma - ha affermato - non tollererò chi compromette la sicurezza, il processo democratico e l’unità del nostro amato Paese».

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Subianto ha risposto garantendo il suo sostegno alla contestazione, nella misura in cui resta pacifica e non violenta. E ribadendo la richiesta di una indagine indipendente sulle elezioni. Sulle quali in effetti aleggia un giallo: più di 500 scrutatori sono morti durante il processo elettorale. La causa? Superlavoro, secondo i media. Con i suoi 260 milioni di abitanti e 192 milioni di aventi diritto al voto, l’Indonesia è la terza più popolosa democrazia al mondo, con 810mila seggi elettorali, 7,3 milioni di addetti alle operazioni e una logistica resa complicatissima dalla miriade di isole (18mila) che ne costituiscono l’arcipelago.

Le autorità hanno anche limitato temporaneamente la pubblicazione di foto e video sui social media, come Facebook, Instagram, Whatsapp e Twitter, per prevenire la diffusione di notizie false e l’incitazione alla violenza. Le autorità raccomandano alla popolazione di non partecipare alle contestazioni, perché teme che terroristi dell’Isis possano sfruttare la confusione per lanciare attentati tra la folla.

La polizia sospetta che gli incidenti siano stati pianificati. Per il capo della polizia, Tito Karnavian, ci sono all’opera «tentativi di creare martiri, scaricando la colpa sulle forze di sicurezza in modo da alimentare la rabbia dei cittadini». Nelle scorse settimane, sono stati arrestati tre collaboratori di Subianto, tra cui un ex generale, con l’accusa di cospirare contro le istituzioni.

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