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Voto Israele, in testa Netanyahu. Il viaggio tra i seggi di Gerusalemme

dal nostro inviato Roberto Bongiorni


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(Reuters)

6' di lettura

Le diverse anime di Israele si riflettono nei tanti partiti che hanno partecipato a questa elezione, una delle più incerte nella storia del Paese, come confermano gli exit poll pubblicati alla chiusura dei seggi dalle tv. Seconda una prima proiezione relativa a 70 stazioni elettorali, il Likud di Benyamin Netanyahu è in testa con 35 seggi su 120, mentre 'Blu-Bianco' di Benny Gantz ha 34 deputati. Lo dice la tv commerciale Canale 13.

Sempre secondo l’emittente televisiva il blocco dei partiti di destra che sostengono Netanyahu dovrebbe contare alla Knesset 65 deputati, mentre i suoi avversari potrebbero disporre solo di 55. Confermata al momento la caduta dei laburisti, l'esclusione della lista 'Nuova destra' di Bennett e Shaked, mentre l'elettorato arabo riesce a far entrare in parlamento 2 liste.

Per quanto la sfida sia tra il partito conservatore Likud, guidato dal premier Benjamin Netanyahu, in cerca del quinto mandato, e il partito “Blu e Bianco”, guidata dall'ex capo dell'esercito, Benny Gantz, leader della lista di centro sinistra, sono oltre 30 le liste presenti .
Per quanto piccola sia, Israele non è una sola, ha tante anime. In un territorio esteso quanto la Lombardia convivono insieme ebrei ortodossi, coloni, laici filo-occidentali, sionisti, arabi. E se la laica Tel Aviv viene considerata la roccaforte del partito Blu e bianco, la religiosa Gerusalemme è terra dei conservatori.

Nel cuore della Città Vecchia
Il nostro “viaggio elettorale” inizia proprio dalla parte più sacra di Gerusalemme: il quartiere ebraico nel cuore della Città vecchia, dove si respirano secoli di storia. Soltanto poche centinaia di metri separano il seggio elettorale dal muro del pianto. Gli abitanti di questo quartiere sono ortodossi. Non sono molto aperti. Ma vi è anche qualcuno come John, 32 anni, di professione avvocato, abbigliato in modo più filo occidentale, disposto a conversare. «Ho votato per un partito di destra. Naturalmente. Ma non sono d'accordo con le politiche economiche di Netanyahu. L'economia sarà anche cresciuta, nessun dubbio, ma le tasse sui nostri salari sono eccessive. E la vita è più cara» .

Il quartiere ultra-ortodosso di Mea Shearim
Visitare Mea Shearim, il quartiere ultra-ortodosso di Gerusalemme, significa compiere un brusco viaggio nel tempo. Se non fosse per la auto e per i semafori, sembrerebbe di essere precipitati in un quartiere ebraico della Polonia di fine Ottocento. Mea Shearim è il regno degli Haredim, gli ultra ortodossi, tutti vestiti rigorosamente degli abiti tradizionali.
Sono argomento di divisioni in seno alla società israeliana. Buona parte di loro ha fatto dello studio della Torah la ragione di vita. Tutti i governi hanno permesso a questi studiosi dei testi sacri di non pagare le tasse e di non fare il servizio militare. Molti di loro vivono di donazioni. La loro crescita demografica è esponenziale. Avere sei, otto anche dieci figli è piuttosto comune a Mea Shearim. Avvolto nel suo pastrano nero, protetto dal tipico cappello dalla tesa larga, David Dadashev, 28 anni, è uno dei pochi che accetta di parlare. Ha appena avuto il quarto figlio Confessa ne vorrebbe avere dodici. «Io non voto – racconta -. Perché qualunque sia il partito che andrà al potere, non governerà secondo la Torah. Sulla mia posizione c'è tanta gente nel nostro quartiere» Per vivere vende cosmetici. Anche lui è contrario a chi vuole estendere il servizio di leva agli ortodossi. «È contro la Torah», ripete.

Il sobborgo arabo di Beit Tzafafa
Ci spostiamo appena fuori Gerusalemme, nel sobborgo di Beit Tzafafa. Dove vivono arabi-israeliani ed ebrei. I palestinesi con passaporto israeliano sono la grande incognita di questo voto. Rappresentano oltre il 20% della popolazione e il 18% dell'elettorato. «Uniti potremmo vincere, potremo avere 22 seggi nel Parlamento– ci spiega Mahmoud Ibrahim, 46 anni , medico specializzato in ortopedia -. Perché potremmo fare la differenza. Invece i partiti arabi si sono divisi in due liste. Io sono dell'idea che noi arabi dovremmo sostenere la lista di centro sinistra. La priorità è sbarazzarci di Netanyahu».
Sono davvero in pochi a pensarla come Mahmoud. IL seggio è quasi vuoto. Ed i pochi che sono andati a votare sono si limitano a ribadire che non cambierà mai niente. Che gli arabi israeliani saranno sempre discriminati, cittadini di serie B.

Ghilo - Il vecchio insediamento.
A poche centinaia di metri, in cima ad una collina, si staglia l'insediamento di Ghilo, con le sue case tutte uguali in file ordinate. Fu costruito nel 1973, è uno dei più vecchi attorno a Gerusalemme. Sul lato orientale sovrasta il villaggio palestinese di Beit Jala. Un alto muro di cemento grigio divide questi due centri abitanti.
Tom Sasson, 40 anni, programmatore di software, ha una posizione diversa rispetto alla maggior parte degli elettori presenti nel seggio elettorale. Tifa evidentemente per i conservatori, ma ha conosciuto di persona il generale di Benny Gantz quando, da capo dell'esercito israeliano, aveva diretto la durissima e sanguinosa campagna militare contro Hamas per fermare i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza. Era il 2014. Tom, che aveva fatto il servizio di Leva nella famosa brigata da combattimento Givati, venne richiamato come riservista. «Gantz era sicuramente un buon generale”, poi aggiunge. “E' stata una campagna elettorale tumultuosa. Eppure sono convinto che Netanyahu e Gantz non siano poi così distanti come vogliono far credere. Alla fine non mi stupirei se formassero un Governo di unità. Sotto Netanyahu la nostra economia ha comunque vissuto 10 anni di crescita”.

Il popolo degli insediamenti è forse l'anima di Israele più fedele a Netanyahu. Oltre ai 200mila ebrei di Gerusalemme Est, sono ormai 400mila quelli che vivono negli insediamenti in Cisgiordania. Quindi al di là della Linea verde, il confine di Israele prima della guerra del 1967, quello riconosciuto dalla Comunità internazionale.– Miri, fotografa, lavora a Gerusalemme ma vive nella colonia di Kfara Adumin, ai limiti di un'area molto arida. Il clamoroso annuncio fatto da Netanyahu tre giorni prima del voto – ovvero annettere a Israele tutti gli insediamenti della Cisgiordania, anche i più isolati – la trova d'accordo: “E' l'idea migliore per il nostro Paese. La road map è impossibile. E comunque questa è la terra degli ebrei. Da me la pensano tutti così”.
Quando il discorso cade sui presunti scandali che stanno mettendo in difficoltà Netanyahu, indagato per tre casi di corruzione e frode, Miri non vuole sentire ragioni: “Non mi importa. Nessuno è meglio di Netanyahu. Ha fatto un grande lavoro”.

Il quartiere benestante di Gerusalemme
Torniamo a Gerusalemme. Ci fermiamo a Beit HaKerem. Un quartiere fatto di eleganti case in pietra di tre /quattro piani, più laico e benestante, lontano 10 minuti di auto dalla Città Vecchia. Qui si trovano parecchi sostenitori di Benny Gantz. Come Ella Cohen, un'elegante signora sui sessant'anni dai modi affabili che indossa una cappello di paglia. Lavora in una casa editrice. E nel tempo libero insegna l'ebraico ai palestinesi. E' un'elettrice di Meretz, lo storico partito della sinistra israeliana, più a sinistra dei laburisti. “Non ho votato Meretz, non volevo disperdere il voto. Ho votato Gantz. Spero che Netanyau perda. Per noi, per i palestinesi, per l'Europa”. Ella ha fatto suo il motto con cui il centro sinistra si è avvicinato al giorno del voto. “La democrazia è a rischio. In questa elezione si gioca la salute del nostro Stato di diritto”, ripete. Anche lei utilizza il termine regime per parlare dell'attuale Governo. “Io sono una fervida sostenitrice del processo di pace. Dovremmo ridare ai palestinesi la Cisgiordania, anche Gerusalemme Est”. Cammina a fatica, ma quanto a conversazione, Silvia Ivascu, un'arzilla vecchietta di 86 anni, arrivata in Israele nel 1975 dalla Romania, è un fiume in piena. “Credo che Netanyahu sia un politico più esperto. Ma la storia sullo scandalo dei sottomarini mi ha fatto proprio arrabbiare. Ed non credo sia una montatura. Alla fine ho votato la lista di Gantz. Ma l'ho votato perché io personalmente sostengo Ya'alon”.

Parla al Sole l'ex ministro della Difesa Ya'alon (partito Blu e bianco).
E proprio mentre conversiamo con Silvia arriva lui, l'ex generale Moshe Ya'alon. L'ex ministro della Difesa (2013-2016) sotto il governo Netanyahu, ed ora uno dei tre uomini di punta del partito Blue e Bianco, accetta di parlare. Alla domanda su come considera l'annuncio di Netanyahu di voler annettere tutti gli insediamenti risponde con ironia. “In campagna elettorale i politici sono pronti a promettere di tutto. Ma lei ci crede davvero?”. Sul processo di pace si fa più serio. “Noi siamo pronti a riprendere i negoziati in qualsiasi momento. In queste elezioni la posta in gioco è alta. Lo stato della democrazia è a rischio. C'è in atto un'erosione dello stato di diritto. Noi vogliamo unire anziché dividere”. E sulla possibilità di formare un governo di unità nazionale insieme a Netanyahu la sua risposta è ferma: “Non siamo pronti a fare parte di un Governo di unità nazionale con Netanyahu come primo ministro. Siamo disponibili, se non vi fossero altre alternative, a guidare noi un Governo di unità con la presenza del Likud”.

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