Tech e borsa

Wall Street, torna l’allarme chip. «La carenza durerà fino al 2023»

Il ceo di Intel peggiora le previsioni sull’uscita dalla crisi, il titolo crolla

di Marco Valsania

Crisi dei chip, l’effetto a cascata sull’industria

3' di lettura

È nuovo allarme per i microprocessori a Wall Street. I vertici di Intel hanno previsto che carenze dei chip e strozzature nella catena di produzione e forniture internazionali, che oggi affliggono settori dall'auto agli smartphone, potrebbero trascinarsi fino al 2023. Altri protagonisti fermano le difficoltà al 2022 e segni di schiarite potrebbero emergere nei prossimi mesi. Ma l’incertezza sull’outlook tiene scoperti i nervi degli investitori.

L’amministratore delegato di Intel Pat Gelsinger ha indicato come dovrebbero essere necessari uno o due anni ancora per ritrovare un equilibrio tra domanda e offerta nelle cruciali componenti, in grado di avere un impatto sulla disponibilità e i prezzi di numerosi prodotti al consumo. «Abbiamo ancora molta strada da fare, occorre tempo per creare capacità produttiva», ha dichiarato. Di recente la seconda casa auto al mondo, la tedesca Volkswagen, ha da parte sua sostenuto che almeno in Cina la situazione potrebbe migliorare nel corso del trimestre. Ma il 2022 appare a molti osservatori e operatori economici ancora un periodo difficile per la disponibilità di semiconduttori.

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Le incertezze pesano sui listini

Sulle piazze finanziarie, quando si tratta delle quotazioni dei giganti dei chip, pesano anche gli interrogativi opposti alle sfide di produzione. Vale a dire quanto una continua, forte domanda gonfiata dalle attuali carenze di chip sia nel più lungo termine salutare e sostenibile. Una miscela di rischi, insomma, che alimenta nervosismo.

Le tensioni hanno fatto presa sul titolo di Intel che, sull’onda delle incertezze, ha ceduto ieri fin dalla mattinata oltre il 5% nonostante il gruppo abbia leggermente battuto le attese di bilancio del secondo trimestre. Dai recenti massimi di aprile le sue azioni hanno perso quasi un quarto del loro valore. Se Intel risente anche di particolari pressioni legate alle proprie strategie di rilancio, la rivale Texas Instruments (in rialzo del 18% da inizio anno) è a sua volta finita di recente sotto pressione nonostante conti oltre le attese al cospetto proprio di dubbi sull’orizzonte di business. E l’indice settoriale PHLX Semiconductor ha sì guadagnato il 16% da gennaio, ma poco più dell’intero Nasdaq.

Le schiarite (e i dubbi) per il futuro

Questo non vuol dire che non possano emergere segni di schiarite nel prossimo periodo. È stato lo stesso Gelsinger a migliorare l’outlook di Intel per l’intero 2021. Ha in gioco, secondo indiscrezioni, l’acquisizione della californiana GlobalFoundries per 30 miliardi di dollari, parte di mosse per potenziare la sua base manifatturiera. E le aziende statunitensi nel campo, da Intel a AMD, potrebbero ricevere sostegno da piani governativi per sostenere le supply chain domestiche di importanza strategica, con il Congresso che si appresta ad approvare incentivi per decine di miliardi in ricerca e produzione di microprocessori d’avanguardia.

Le perplessità tuttavia abbondano su scala globale. Il leader globale dei microprocessori Taiwan Semiconductor ha previsto carenze rispetto alla domanda fino al 2022, pur ipotizzando iniziali recuperi fin dai prossimi mesi, compresi i chip per l’auto. Il colosso italo-francese STMicroelectronics (ieri +2,8%) ha da parte sua pronosticato condizioni di mercato più favorevoli nel suo ultimo bilancio e outlook, suggerendo che il peggio potrebbe essere passato.

I necessari progetti in corso nel settore per ampliare la capacità produttiva e poi trovare un nuovo equilibrio tra domanda e offerta, stando agli analisti, possono inoltre richiedere anni, forse un biennio. Una prospettiva che rischia di complicare le scommesse degli investitori sul settore fino al 2023.

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