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Washington contro Pechino: rispettare lo status di Hong Kong

Il regime cinese vuole i propri apparati di sicurezza nell’x colonia britannica. Washington: «Proposta disastrosa»

di Gianluca Di Donfrancesco

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La governatrice di Hong Kong Carrie Lam tiene una conferenza stampa dopo aver partecipato alla sessione di apertura del Congresso nazionale del popolo a Pechino

Il regime cinese vuole i propri apparati di sicurezza nell’x colonia britannica. Washington: «Proposta disastrosa»


3' di lettura

Il regime di Pechino è deciso a stringere la morsa su Hong Kong e punta a imporle una propria legge sulla sicurezza nazionale, con una svolta che ha fatto sbandare i mercati e che ha innescato l’immediata reazione degli Stati Uniti.

L’annuncio è caduto nel giorno di apertura del Congresso nazionale del Popolo, la liturgia più seguita del calendario politico cinese. È stato Wang Chen, vicepresidente del Comitato permanente del Congresso, a illustrare il progetto legislativo ai circa 3mila delegati riuniti nella capitale: «I rischi per la sicurezza nazionale nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong sono diventati un problema rilevante e minacciano la sovranità cinese», ha detto Wang. Per questo, le forze di sicurezza di Pechino stabiliranno proprie centrali operative a Hong Kong.

La mossa ha relegato in secondo piano un’altra svolta epocale, quella annunciata dal premier Li Keqiang, che nell’illustrare lo stato dell’economia, ha rinunciato a fissare un target di crescita per il 2020.

Mercati spaventati
Venerdì 22 maggio, la Borsa di Hong Kong ha ceduto il 5,6% (peggior risultato di giornata in 5 anni), con gli investitori preoccupati dalla potenziale perdita di autonomia dell’hub finanziario e dal rischio che si riaccendano gli scontri della scorsa estate, quando una controversa legge sull’estradizione aveva scatenato la protesta.

La protesta
L’annuncio ha gettato nel caos il parlamentino dell’ex colonia britannica: diversi deputati hanno circondato la presidenza, scandendo slogan contro Pechino. Alcuni di loro sono stati allontanati di peso dal personale di sicurezza. Il fronte democratico sta già cercando di organizzarsi. L’attivista Joshua Wong ha commentato: Pechino «sta tentando di mettere a tacere le voci critiche con la forza e la paura».

Le tensioni Usa-Cina
Il dossier Hong Kong ha fatto subito salire il livello delle tensioni tra Stati Uniti e Cina. La reazione del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, è stata immediata: «Condanniamo la proposta cinese di imporre in modo unilaterale e arbitrario una legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong. Sarebbe un colpo fatale alla sua autonomia». Gli Stati Uniti chiedono a Pechino «di riconsiderare la disastrosa proposta». A rincarare la dose ci ha pensato il presidente Donald Trump, che promette di occuparsi della questione in modo «molto deciso». Gli Usa concedono a Hong Kong un trattamento commerciale privilegiato, che potrebbe essere revocato se la regione speciale perdesse la propria autonomia. Anche l’Unione europea invita al dialogo e sostiene l’autonomia di Hong Kong e il principio «un Paese due sistemi».

Le tensioni si sommano alla lunga serie di fronti aperti tra Pechino e Washington: dal commercio, alla competizione tecnologica, alle schermaglie su Taiwan fino alle polemiche sulla pandemia, che infligge il suo pesante dazio anche sull’economia cinese.

Addio al target del Pil
Nel quadro di incertezza globale, il regime ha deciso addirittura per la prima volta dal 1990 di rinunciare al feticcio del target di crescita economica, per concentrare tutta la propria attenzione, e preoccupazione, sul lavoro. Il Partito comunista non può permettersi malcontento e disordini sociali anche nella madrepatria. Sul lavoro, il premier Li ha fissato un target per il 2020: la creazione di oltre 9 milioni di posti, più basso degli 11 milioni del 2019. «Lotteremo per tenere al sicuro i posti di lavoro esistenti, per crearne di nuovi e per aiutare i disoccupati a trovare impiego», ha scandito Li.

L’abbandono del target del Pil da raggiungere a tutti i costi covava in realtà da tempo e la pandemia ha fornito alla leadership del Paese l’occasione giusta.

Il pacchetto a sostegno della ripresa ha però deluso gli analisti, che si aspettavano misure più robuste. Il deficit pubblico aumenterà comunque oltre il 3,6% del Pil, senza fissare un tetto, segno che il Governo vuole tenersi le mani libere. Secondo Bloomberg economics, tenendo conto delle emissioni speciali di bond in programma (140 miliardi di dollari di titoli sovrani per sostenere la ripresa e il contenimento del contagio, più 525 miliardi emessi dalle autorità locali per finanziare progetti infrastrutturali), si arriverebbe all’8% del Pil.

La spesa per armamenti
Malgrado la frenata dell’economia, che nel primo trimestre si è contratto del 6,8% su base annua e che per quest’anno dovrebbe aumentare appena dell’1,2% (secondo l’Fmi), il regime ha comunque incrementato la spesa militare del 6,6%, meno però rispetto all’anno scorso (7,5%). Le risorse destinate agli armamenti salgono così a oltre 178 miliardi di dollari, circa un quarto del budget della difesa Usa (686 miliardi).

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