LA DIGITAL TAX FRANCESE

Web tax, perché Trump difende Google e Amazon

di Marco Valsania


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2' di lettura

NEW YORK - Donald Trump apre un nuovo fronte di scontro con l'Europa. Questa volta al centro ci sono le proposte del Vecchio continente di tassare i giganti globali di Internet: l'amministrazione americana - più precisamente l'Ufficio del Rappresentante commerciale della Casa Bianca, guidato dal falco di dazi e rappresaglie Robert Lighthizer - ha avviato un'indagine sul progetto della Francia di imporre un'imposta sui servizi digitali. Indagine che è stata motivata sfoderando le medesime norme già usate nel conflitto con la Cina, per difendere la Corporate America da presunti danni e scorrettezze.

«Gli Stati Uniti sono estremamente preoccupati dal fatto che la Digital service tax che dovrebbe essere approvata dal Senato francese domani (oggi per chi legge, Ndr) possa colpire ingiustamente le aziende statunitensi - ha fatto sapere Lighthizer - Il Presidente mi ha incaricato di indagare sugli effetti di questa legislazione e di determinare se sia discriminatoria o irragionevole, se danneggi o limiti il commercio degli Stati Uniti». Potrebbe fare da apripista a una serie di piani di tassazione sui servizi digitali in Europa. Prescrive l'imposizione di una tassa del 3% sulle entrate che aziende del calibro di Amazon o Alphabet rastrellano in Francia da attività che vanno dalla pubblicità alla gestione di marketplace elettronici. Oggetto esplicito della tassa sono società del settore con giro d'affari annuale superiore ai 750 milioni di euro, tra i quali 25 milioni in Francia.

Gli americani, funzionari governativi e associazioni di settore, criticano l'iniziativa affermando che è disegnata per prendere di mira anzitutto le aziende Usa più innovative. E che rischia di generare forme di doppia tassazione e complicazioni legate alla sovrapposizione di regimi fiscali. I colossi tech americani assicurano di pagare correttamente il dovuto nelle giurisdizioni dove i loro business operano e alle quali sono soggetti.

Parigi sostiene che, in realtà, la prospettiva della nuova tassa ha stimolato un percorso desiderabile per tutti: discussioni multilaterali tra i paesi sviluppati - Stati Uniti compresi - sul corretto regime impositivo da sviluppare, oltretutto per un settore spesso oggi criticato per la sua abilità nell'eludere gli oneri del fisco oltre che per sospetti di pratiche monopolistiche. Ha indicato che l'imposta verrà ritirata nel momento in cui sarà pronto un accordo internazionale.

Ma Washington non ci sta e ha deciso, ancora una volta, di lanciare un monito e sfoderare gli artigli contro un alleato. Su una risposta dura contro la Francia e ipotesi di digital tax europee l'amministrazione sembra anche poter contare su un fronte unico tra repubblicani e democratici in Congresso, al contrario di altre offensive commerciali nei confronti di nazioni amiche (ad esempio nel caso delle auto di importazione). «L'imposta sui servizi digitali che la Francia e altri paesi europei stanno perseguendo è chiaramente protezionistica e colpisce ingiustamente aziende americane in un modo che costerà posti di lavoro negli Stati Uniti e fara' del male ai lavoratori statunitensi», hanno sostenuto in una presa di posizione comune i due responsabili della Commissione Finanziaria del Senato, il repubblicano Chuck Grassley e il democratico Ron Wyden.

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