intervista al banchiere tedesco

Weidmann: «Italia fuori dall’euro? Guai per i risparmiatori italiani»

di Isabella Bufacchi


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Jens Weidmann (Afp)

4' di lettura

Un «sì» senza entusiasmo per il Qe. Una critica rivolta contro l’acquisto mirato dei titoli di Stato con le Omt. Un disco verde al rialzo dei tassi e alla fine della politica monetaria espansiva nell’Eurozona. Un «no» al banchiere centrale «trainato dalla politica fiscale» e un fermo avvertimento sui rischi dell’uscita dall’euro, un’«idea avventurosa che provocherebbe danni gravi al Paese uscente». Jens Weidmann, presidente della banca centrale tedesca Bundesbank, conferma la sua contrarietà agli aiuti dati ai singoli Paesi e porta avanti la tesi a favore delle maggiori responsabilità che ricadono a livello nazionale.

«Il banchiere non si faccia trainare dalla politica fiscale»
Il tutto in un’intervista a 360 gradi rilasciata al «Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung» pubblicata il 19 agosto. «Per me, nella mia funzione di banchiere centrale, è importante che la politica monetaria non finisca per farsi trainare dalla politica fiscale. In caso di emergenza fiscale di singoli Stati, sono critico nei confronti di misure di supporto dell’Eurosistema, ad esempio l’acquisto mirato di titoli di Stato», afferma Weidmann, ribadendo la sua posizione nota e contraria alle Omt. «Anche se gli aiuti dall’esterno e una politica monetaria espansiva possono mitigare i sintomi e quindi far guadagnare tempo, non sono una terapia di lunga durata. Il contributo decisivo deve arrivare dagli Stati membri stessi, per esempio mediante il risanamento delle loro finanze pubbliche, una ripulita dei bilanci delle banche, maggiori spinte alla crescita e un potenziamento della competitività».

Weidmann «morbido» sul Qe
Più morbido sul Qe. «L’attuale programma di acquisto di titoli di Stato invece è di grande respiro e ha un’altra motivazione. Però in tal modo le banche centrali sono diventate nel frattempo i maggiori creditori degli Stati. Ritengo decisamente problematico il fatto che la politica monetaria si avvicini troppo alla politica fiscale. Inoltre la politica monetaria non può diventare una specie di assicurazione per speculatori», scandisce il numero uno della Buba, secondo il quale il ruolo dei mercati e quindi il campanello d'allarme dello spread ha una sua funzione.

Allontanamento della politica monetaria in recessione
Weidmann è favorevole a un «allentamento rapido della politica monetaria in periodi recessivi» ma «in periodi di espansione congiunturale, con i mercati finanziari in boom, si dovrebbero di conseguenza anche tirare di nuovo le briglie. Il tutto sempre tenendo presente l’obiettivo della stabilità monetaria». I tempi dunque sono maturi per un rialzo dei tassi nel 2019. «Le proiezioni di giugno indicano un tasso di inflazione annuo dell’1,7 per cento fino al 2020. A mio parere tale tasso è in armonia con il nostro obiettivo di stabilità. Per questo motivo è anche l’ora di ridurre il grado di espansione della politica monetaria, soprattutto se si pensa agli effetti collaterali della politica monetaria allentata», puntualizza nell’intervista.

Italia fuori dall’euro? «Danni ai risparmiatori italiani»
In quanto al rischio di un’Italia che minaccia di uscire dall’euro, il giornalista provoca il banchiere centrale con questo scenario: un Paese come l’Italia avrebbe una grande arma in mano, può dire «Se vi rifiutate di aiutarci, usciamo dall’euro e vi lasciamo in regalo notevoli perdite». Weidmann risponde: «Non credo proprio che un politico, che tiene in mente gli interessi del suo Paese, possa avere un’idea talmente avventurosa. Un’uscita dall’euro, dal mio punto di vista, provocherebbe gravi danni soprattutto per il Paese uscente, ad esempio per i suoi risparmiatori».

Il tema del debito pubblico
Il giornalista lo incalza: «Se finanze pubbliche solide e competitività sono decisive, allora molti Paesi, come l’Italia e la Grecia, sono oggi tutt’altro che sani. Il debito pubblico in questi Paesi resta elevato. La vostra medicina sedativa ha contribuito a protrarre la malattia?» Weidmann risponde: «Questo pericolo esiste, davvero. E io l’ho fatto pure ripetutamente presente. Proprio negli ultimi tempi sembra che lo slancio verso le riforme sia andato perso. Ma i provvedimenti necessari non saranno più facili se i tassi di interesse riprenderanno a crescere o se la congiuntura rallenta. In ogni Paese abbiamo bisogno di strutture economiche competitive e finanze pubbliche solide. Questo è quello che conta. Gli Stati dell’area dell’euro sono in effetti responsabili per se stessi per quanto concerne la politica economica e finanziaria e a ciò ci tengono pure molto».

Crescita buona, ma «non in tutta l’Eurozona»
Per il numero uno della Buba, la crescita ora è buona ma non in tutta l’Eurozona: «l’ottima congiuntura e il basso livello dei tassi di interesse fanno dimenticare che l’indebitamento di molti Paesi è ancora troppo elevato, troppi crediti deteriorati gravano sui bilanci delle banche. Il trend di crescita rimane debole, e in alcuni Paesi europei la disoccupazione è ancora troppo elevata. Ci sono quindi parecchi nodi irrisolti». Weidmann comunque ammette che «La Bce non è la Bundesbank, e l’area dell’euro oggi richiede in parte approcci diversi da quelli della Germania prima dell’unione monetaria. Anche le esperienze della crisi hanno lasciato le loro orme nella politica monetaria. Però l’impegno coerente e basato su regole per garantire la stabilità, su cui si fondava la politica monetaria della Bundesbank, è per me anche oggigiorno di elementare importanza».

Obiettivo della Bce: «Stabilità dei tassi»
Interpellato sull’uscita di Draghi e sul timore di molti europei che sia lo stesso Weidmann a diventare presidente della Bce, portando con sé una posizione ultraortodossa stile Bundesbank, il numero uno della Buba non si sbilancia: «La Bce ha solo un obiettivo e cioè assicurare la stabilità dei prezzi. Indipendentemente dalla persona del presidente, i cittadini dell’area dell'euro devono potersi fidare di ciò».

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