ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl rapporto di “Itinerari previdenziali”

Welfare, l’assistenza pesa per 144,2 miliardi. Per le pensioni troppe vie d’uscita anticipata

Il capitolo assistenziale è il vero tallone d'Achille del sistema di Welfare italiano, definito sempre più generoso e vulnerabile, anche perché nel 2021 ha assorbito ben 517,7 miliardi. Le voci assistenziali sono lievitate di 30 miliardi rispetto al 2019 e del 97,75% dal 2008, mentre l'andamento delle uscite pensionistiche si conferma sostenibile. Anche se secondo il presidente di “Itinerari previdenziali”, Alberto Brambilla, oltre ad arrivare subito a una separazione tra previdenza e assistenza, occorre porre un freno al ricorso a canali di uscita anticipata e fare scelte oculate sull'età pensionabile, visto che ancora oggi sono in pagamento quasi 400mila pensioni da più di 40 anni

di Marco Rogari e Mariolina Sesto

(andyller - stock.adobe.com)

6' di lettura

Una Repubblica fondata sostanzialmente sull'assistenza. Che pesa sui conti pubblici, attingendo dalla fiscalità generale, per 144,215 miliardi, con una spesa cresciuta di circa 30 miliardi tra il 2019, ultimo anno pre-pandemia, e il 2021 e quasi raddoppiata rispetto ai 73 miliardi registrati nel 2008. Anche perché a beneficiare di trattamenti assistenziali e altri sussidi sono pure circa 7 milioni di pensionati, ovvero il 44% dell'intero bacino. A fotografarla è il rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano curato dal Centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali”, che è stato presentato in diretta streaming dalla sala stampa della Camera dei Deputati. Il dossier che fotografa la situazione a tutto il 2021, evidenzia che la spesa previdenziale si conferma sostenibile, anche se andrebbe posto subito un freno al continuo ricorso a canali di uscita anticipate (sono ancora erogate dall'Inps quasi 400mila pensioni da più di 40 anni), mentre l'assistenza si palesa come il vero tallone d'Achille di un sistema di Welfare sempre più generoso e vulnerabile. <<Spendiamo molto, soprattutto in assistenza, ed è forse questa spesa eccessiva, abbinata a inefficienti controlli, a incentivare sommerso e lavoro nero, generando il tasso di occupazione peggiore in Europa», afferma il presidente del centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali”, Alberto Brambilla. Che rilancia il tema della separazione della previdenza dall'assistenza, uno dei capitoli centrali del confronto tra governo e parti sociali sulla nuova riforma pensionistica, e indica una possibile strada da percorrere.

La ricetta Brambilla per alleggerire il peso dell'assistenza

Secondo Brambilla, occorre anzitutto «agire su serie politiche attive e strumenti di incontro tra domanda e offerta di lavoro, abbandonando la strada delle decontribuzioni che non producono risultati». Occorrerebbe poi «favorire i redditi e abbattere il costo del lavoro, incentivando il welfare aziendale, intervenendo sull'articolo 51 del Testo unico delle imposte sui redditi sul modello già tracciato dai 600 euro del governo Draghi (e portati poi a 3mila euro dal decreto Aiuti quater per decisione dell'attuale governo) o ricorrendo al credito di imposta, che premia i lavoratori e le imprese dinamiche e non le attività di mera sussistenza e assistite».

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«Separare la previdenza dall'assistenza»

Brambilla fa notare che anzitutto «c'è un tema di adeguata comunicazione con le istituzioni europee» visto che «dai dati forniti da Istat a Eurostat risulterebbe che l'Italia ha una spesa molto alta rispetto alla media europea, generando l'erronea convinzione che il sistema vada riformato. In realtà, come dimostra la riclassificazione operata dal nostro documento, il vero problema è la scelta dei governi italiani di allocare misure a sostegno delle famiglie o volte a contrastare l'esclusione sociale, a tutti gli effetti spese assistenziali, sotto il capitolo pensioni». Il presidente del Centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali” si sofferma su un preciso aspetto: mentre negli ultimi anni le prestazioni previdenziali sono state ridotte da riforme che hanno colto l'obiettivo di stabilizzare la spesa, «quelle assistenziali continuano ad aumentare anche per l'inefficienza della macchina organizzativa, a lungo priva di una banca data dell'assistenza e di un'anagrafe centralizzata di lavoratori attivi, varate solo di recente dal governo Draghi, seppur previste da norme del 2004 e del 2015. Eppure, un monitoraggio efficace tra i diversi enti erogatori sarebbe essenziale per aiutare con servizi e strumenti adeguati solo chi ne ha davvero bisogno».

Nel 2021 il Welfare è costato 517,7 miliardi

Dal rapporto di “Itinerari previdenziali” emerge che nel 2021 il sistema di protezione sociale italiano è costato per previdenza, sanità e assistenza 517,753 miliardi (oltre la età della spesa pubblica totale), con un aumento di 8,25 miliardi (+1,62%) rispetto al 2020. Nel dossier si afferma che nel complesso, se per Inps e Inail si può comunque parlare di un sistema pensionistico e assicurativo in equilibrio, in grado di autosostenersi con i contributi versati da lavoratori e imprese, lo stesso non può dirsi - oltre che per la spesa assistenziale - anche per quella sanitaria (intorno ai 127 miliardi) e per il welfare degli enti locali (poco più di 11 miliardi) che, in assenza di contributi di scopo, devono appunto essere finanziati attraverso la fiscalità generale.

L’andamento del sistema pensionistico

La spesa pensionistica di natura previdenziale comprensiva delle prestazioni Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) è stata nel 2021 di 238,271 miliardi contro i 234,736 miliardi del 2020, con una crescita dell'1,5%, (vale a dire 0,4 punti percentuali meno dell'inflazione). Il dossier evidenzia che, in particolare, dopo il crollo imputabile a emergenza sanitaria e misure di lockdown, sono crescite del 6,58% le entrate contributive (208.264 miliardi), valore di poco inferiore a quello registrato nel 2019. È diminuito di riflesso anche il saldo (negativo) tra entrate e uscite, pari a circa 30,006 miliardi: sul deficit, che è sceso di quasi 9 miliardi rispetto ai 39,3 del 2020, incide soprattutto il disavanzo della gestione dei dipendenti pubblici (passivo di oltre 37 miliardi, erano 33 prima del Covid). Cala rispetto all'anno pandemico dal 14,20% al 13,42% il peso della spesa sul Pil. Al netto degli oneri assistenziali per maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo e Gias dei dipendenti pubblici (23,257 miliardi in totale), l'incidenza della spesa previdenziale sul Pil scende al 12,11%, dato – si legge nel rapporto – più che in linea con la media Eurostat.

Subito stop alle numerose forme di anticipazione pensionistica

Nel rapporto si afferma che il sistema previdenziale italiano, se alleggerito dalla componente assistenziale, si presenta sostenibile ma a patto che dal 2023 si riducano le numerose forme di anticipazione pensionistica a favore di una revisione equa, stabile e soprattutto duratura. «Negli ultimi anni – ha sottolineato Alberto Brambilla - la discussione politica si è concentrata quasi esclusivamente sulle formule per accedere con anticipo al pensionamento. Con il risultato di introdurre sì flessibilità, ma anche di vanificare, tra salvaguardie e meccanismi di anticipo volti a tutelare ora quella e ora l'altra categoria, senza un disegno preciso alle spalle, buona parte di quei risparmi che la riforma Monti-Fornero mirava a ottenere».

Il piano-Brambilla per le pensioni

Secondo il presidente di “Itinerari previdenziali” «è giunto il momento di darsi regole certe per almeno i prossimi 10 anni anzitutto limitando le anticipazioni a pochi ma efficaci strumenti, come fondi esubero, isopensione e contratti di solidarietà (riportando però l'anticipo a un massimo di 5 anni)». Per Brambilla occorre anche «bloccare l'anzianità contributiva (da sganciare dall'aspettativa di vita) agli attuali 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 per le donne, con riduzioni per donne madri e precoci, così come previsto dalla riforma Dini, e superbonus per quanti scelgono di restare al lavoro fino ai 71 anni di età. L'ultimo correttivo necessario sarebbe l'equiparazione delle regole di pensionamento dei cosiddetti “contributivi” puri a quelle degli altri lavoratori. Il tutto guardando con attenzione alle «età di pensionamento, attualmente tra le più basse d'Europa (circa 63 anni l'età effettiva in Italia contro i 65 della media europea) nonostante un'aspettativa di vita tra le più elevate a livello mondiale, che dovranno dunque gradualmente aumentare».

Quasi 400mila pensioni in pagamento da più di 40 anni

Sono ancora quasi 400mila erogate dall'Inps da più di 40 anni. In particolare nel dossier si evidenzia che al primo gennaio 2022 risultavano in pagamento presso il solo settore privato Inps 353.779 prestazioni con durata quarantennale, erogate cioè a persone andate in pensione nel lontano 1980 o ancora prima. Il decremento rispetto all'anno precedente, quando se ne contavano 423.009, è del 16,4%: si tratta di 69.230 prestazioni eliminate, «parte delle quali anche a causa del nuovo coronavirus, i cui esiti si sono manifestati più severamente nei confronti degli over 65».

L’assistenza assorbe 144,2 miliardi

Nel dossier si legge che «nel 2021 il costo delle attività assistenziali è ammontato a 144,215 miliardi di euro, dato in linea con il 2020 e cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni: erano già oltre 114 nel 2019, prima dello scoppio del Covid e 73 nel 2008». In quest'ultimo caso, quindi la lievitazione è addirittura del 97,75%.

Circa 7 milioni di pensionati beneficiano di trattamenti assistenziali

Nel 2021 sono risultati in pagamento 4.106.597 trattamenti previdenziali di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra). A questi, si fa notare nel dossier, vanno aggiunte ulteriori 7.047.365 di prestazioni tipicamente assistenziali (integrazioni al trattamento minimo, maggiorazioni sociali, importo aggiuntivo e quattordicesima mensilità), che appunto integrano una pensione previdenziale. Secondo “Itinerari previdenziali”, i pensionati che percepiscono prestazioni totalmente assistite, e di fatto non sostenute da contribuzione, sono quindi 3.704.275, per un costo totale annuo di 21,728 miliardi, malgrado il calo «fisiologico» delle pensioni di guerra. Ma nel rapporto si sottolinea che sommando i titolari di altre prestazioni assistenziali – sempre al netto delle duplicazioni e non considerando la quattordicesima mensilità “pensionistica”– il numero di pensionati totalmente o parzialmente assistiti sale a 6.216.314, cui andrebbero però aggiunte quelle categorie che, per età e anzianità contributiva, possono beneficiare anche separatamente di un'ulteriore prestazione assistenziale: si arriva così a una stima di 7 milioni, parti a circa il 44% dei 16.098.748 pensionati totali.

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