presunti maltrattamenti

Whatsapp, chat tra genitori deforma la realtà: il tribunale assolve maestra d’asilo

Il Tribunale di Ferrara, in un caso di presunti maltrattamenti in un asilo nido, ha giudicato la chat uno strumento in grado di innescare fenomeni suggestivi capaci di deformare la realtà dei fatti

di Marisa Marraffino


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(Epa)

3' di lettura

I gruppi WhatsApp dei genitori entrano per la prima volta nelle aule dei tribunali. Il risultato non è incoraggiante, visto che per il giudice del Tribunale di Ferrara (Alessandra De Curtis), le chat sono in grado di innescare fenomeni suggestivi capaci di deformare addirittura la realtà dei fatti.

Il panico «cresce» nella chat di gruppo.
Il caso, preso in esame dalla sentenza 161 del 30 dicembre scorso, trae origine dal licenziamento in tronco di un’educatrice di un asilo nido privato, accusata di maltrattamenti ai danni di una bambina di due anni, ospite della struttura. La piccola aveva raccontato alla madre di essere stata sculacciata dalla maestra e al racconto era seguita l’immediata apertura di un gruppo WhatsApp tra genitori per raccogliere altre testimonianze e segnali di violenze ai danni dei bambini che frequentavano lo stesso asilo. Da quel momento ogni episodio di irascibilità, incubi o piccole regressioni dei bambini era stato ricondotto alla maestra per la quale era scattato immediatamente il licenziamento.

La sentenza del tribunale di Ferrara

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Una cattiva gestione della vicenda
Alle reazioni allarmate dei genitori nella chat di gruppo erano seguite anche le denunce alla Questura e il ritiro di sei bambini dalla struttura.
A nulla, invece, erano servite le testimonianze di altri genitori che avevano dichiarato di aver voluto iscrivere il figlio in quell’asilo proprio per seguire la maestra con la quale si erano trovati bene in una precedente struttura.
Durante l’istruttoria, in sede penale, è emerso che nel gruppo dei genitori qualcuno «aveva la tendenza a drammatizzare o esagerare le dinamiche che avrebbero potuto essere anche nella normalità di un asilo».

Per il giudice le chat dei genitori hanno creato un graduale e crescente allarme generando una «dinamica progressiva» in grado di innestare pericolose componenti di suggestione.

Una vicenda sicuramente delicata ma anche mal gestita, visto che i genitori si erano confrontati sulla situazione anche in presenza dei bambini. È toccato alla psicologa che aveva svolto l'attività di osservazione sui bambini all’asilo precisare che «in tali contesti il bambino tende a raccontare le cose nel modo in cui può incontrare più facilmente le aspettative dell’adulto» e che stressare un bambino con tante domande può innescare una sorta di «desiderabilità sociale», dove il minore tende a replicare quello che i genitori vogliono sentirsi dire.

Con la conseguenza che frasi come «la maestra è brutta e cattiva» o che «dà le totò» proferite da bambini così piccoli possono perdere di reale significato. I genitori, invece, nelle chat e nelle riunioni si definivano «agghiacciati» per la situazione e promettevano ai figli che li avrebbero aiutati. In questo contesto – si legge nella sentenza – non è escluso che «eventuali atteggiamenti di rigidità e severità della maestra o di antipatia di alcuni bambini verso l’educatrice si siano venuti a trasformare in veri e propri maltrattamenti».

Il clima di generale allarme aveva fatto sì che la maestra fosse immediatamente informata dei sospetti dei genitori, compromettendo in questo modo l’intera attività investigativa. La stessa attività di osservazione svolta dalla psicologa all'interno dell’asilo non poteva quindi far emergere nulla di anomalo, visto che la maestra era già stata messa a conoscenza delle accuse a suo carico.

In questo quadro l’educatrice, assunta a tempo determinato, viene assolta con formula piena nel processo penale e il licenziamento viene dichiarato illegittimo. Non riavrà il suo posto di lavoro, ma un risarcimento di circa 5mila euro pari alla retribuzione che avrebbe dovuto maturare fino alla scadenza del contratto.

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