Artisti a New York

Whitney Biennial 2019: l’arte si fa identitaria

di Giuditta Giardini


default onloading pic

3' di lettura

Aperta al pubblico da poco più di un mese, la Biennale 2019 del Whitney Museum ha già fatto parlare di sé per le polemiche collegate al coinvolgimento di Warren B. Kanders, (membro del trust del museo) nella vendita di gas e proiettili, vicenda illustrata nel documentario “Triple-Chaser” realizzato da Forensic Architecture , collettivo londinese esposto al quinto piano del museo. Ogni due anni, la Biennale irrompe nella scena newyorchese proponendosi di trattare i temi principali della società americana contemporanea e suscitando - come è normale - concitate reazioni da parte del pubblico.

La scena artistica newyorchese ha battezzato l'89ª edizione della Biennale con l'attributo “giovane” o per i più critici “troppo giovane” dato che le due curatrici Jane Panetta (46 anni) e Rujeko Hockley (35 anni) hanno scelto di rappresentare 75 artisti americani - su 300 inizialmente considerati - di cui tre quarti di età inferiore ai 40 anni e 20 di questi sotto i 33 anni.

Todd Gray, “Slipping into Darkness, All the Honey Gone”, 2018

L'abbassamento dell'età media degli artisti rappresentati in mostra ha portato all'inevitabile inclusione di emergenti (che sarebbero il 50%) ancora non rappresentati da gallerie, la cui carriera è stata lanciata dalla loro fortunata inclusione in Biennale. Dall'altro lato però la giovane età degli artisti, ancora nella fase dell'illusione della vita, troppo ingenui per tirare le somme dell'epoca storica in cui si sono appena affacciati, ha impedito di dare voce alle problematiche politiche sottese ai grandi eventi degli ultimi due anni. Continuando con le statistiche, la metà degli artisti in mostra sono donne e altrettanti sono gli artisti di colore. Questo eccessivo focus sulle categorie da includere, secondo alcuni, avrebbe distolto l'attenzione dalla ricerca di un tema politico, sensazionale ed attuale che legasse le opere assieme. Se un fil rouge si deve proprio trovare questo sembra essere quel sentimento di speranza delle giovani voci verso il futuro che ci arriva attraverso visioni totalmente differenti. Per Heji Shin , il futuro sono fotogrammi di un parto, “Baby IV”, 2016 (quinto piano, ma a rischio di censura), per Garret Bradley sono le relazioni intra-familiari tra vecchia e nuova generazione, “A.K.A.”, 2016 (quinto piano), mentre per Maia Ruth Lee il futuro è il ritorno a casa e quei pacchi imballati di coloro che sono andati a far fortuna in Medio Oriente (sesto piano).

Le poche opere politiche presenti nelle sale del museo sono manifestazioni isolate che nulla hanno a che spartire con le idee feroci della passata edizione dai toni dichiaratamente politici. Oltre al documentario sui proiettili e bombe a gas di Safariland del collettivo Forensic Architecture, al quinto piano l'aria di “The Star-Spangled Banner” accompagna il video dell'artista Kota Ezawa che riproduce giocatori di football mentre protestano contro la violenza della polizia sui membri della comunità afro-americana. Sullo stesso piano otto fotografie in box di plastica dell'artista Josh Kline (Brooklyn, NY) ritraggono la statua di Ronald Reagan (della rotonda del Campidoglio, Washington) mentre affoga in liquidi colorati pompati all'interno dei contenitori.

Le curatrici spiegano la Biennale 2019 su youtube .
Rilevante è la rappresentazione del filone artistico “identitario”, suddiviso nelle categorie: storico e spirituale. Con arte identitaria è definito quel movimento artistico introspettivo che riflette sul modo in cui determinate comunità e minoranze vengono rappresentate e si affermano in arte. Dal 1994 con “Black Male”, il Whitney Museum porta avanti un'indagine sull'identità della comunità nera e sul concetto di mascolinità nell'arte contemporanea in America, gli sviluppi odierni nella percezione del tema razziale sono infusi nelle fotografie di John Edmonds e Paul Mpagi Sepuya, nei photo-collage di Todd Gray e Troy Michie e nelle sculture di Joe Minter e Matthew Angelo Harrison. Nei lavori di questi artisti il “vittimismo” lascia il posto a nuove tematiche che vanno dalla gestualità del video di Steffani Jemison con la performance del Reverendo Susan Webb al murale di Janiva Ellis che fonde fantasie afro-futuriste con elementi storici. L'elemento storico-identitario è altresì presente nelle opere di artisti nativi americani, tra questi Jeffrey Gibson porta in biennale colorate vesti powwow e le sospende come fossero bandiere; mentre l'Apache Laura Ortman racchiude in un video musicale la natura primordiale dell'America “nativa” che si fonde con il cameo del grande ballerino newyorchese Jock Soto (di discendenza navajo e portoricana).

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...