VINCE LA rumena

Wimbledon, Serena Williams umiliata dalla Halep. Fine di un’era

di Alessandro Merli


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4' di lettura

WIMBLEDON – Sotto gli occhi della sua amica la duchessa di Sussex, l'attrice americana Meghan Markle, che sposando il principe Harry ha conquistato un posto di prima fila nel Royal Box, Serena Williams ha subìto sul Centre Court una brutale umiliazione per mano della rumena Simona Halep nella finale femminile di Wimbledon: 6-2, 6-2 e tutti a casa in 56 minuti.

La cognata della Markle, la duchessa di Cambridge, Kate Middleton, moglie del fratello di Harry, l'erede al trono Prince William, vestita da capo a piedi nei colori dell'All England Club, verde e viola, di cui è patronessa, ha fatto un mezzo sorriso asciutto. Dice il gossip di palazzo che le due cognate non stravedano l'una per l'altra.

Purtroppo per Serena, nel tennis femminile (ma non in quello maschile), i tempi stanno cambiando, come cantava Bob Dylan, che l'altra sera per caso, insieme all'altro sempreverde Neil Young, si è esibito a Hyde Park, e come ama ripetere il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. La Williams, che un tempo dominava qui (a Wimbledon ha vinto sette volte) e dovunque mettesse piede (i suoi titoli del Grand Slam sono 23, sempre a un passo dal record dell'australiana Margaret Court) ha perso lo scorso anno contro Angelique Kerber e ha fatto il bis quest'anno.

Da quando è diventata mamma della piccola Olympia, nel settembre 2017, non ha più vinto un torneo. Il papà della bimba e marito della campionessa di Compton, il guru di Silicon Valley Alexis Ohanian, non ha ancora condiviso con lei alcuna gioia tennistica. Non che il tennis non sia uno sport per mamme: in passato la stessa Court, l'altra australiana Evonne Goolagong, e più recentemente la belga Kim Clijsters hanno vinto tornei dello Slam dopo la maternità. Si poteva pensare che l'eccezionalità di Serena la mettesse di rigore in questa categoria. Ma la più giovane delle due sorelle Williams ha perso il passo, la sua mobilità non è all'altezza nemmeno del confronto con Kerber e Halep, persino la potenza sembra ridotta.

E forse ha perso anche un po' di voglia, o meglio ha trovato un'altra prospettiva: in passato dopo una sconfitta del genere avrebbe spaccato tutto, stavolta sembrava quasi fatalista. Nel quadro attuale del tennis femminile, quel che Serena ha da offrire oggi è sufficiente a spingerla fino alla finale, come a Wimbledon e allo US Open 2018, ma non a superare l'ultimo ostacolo. E dopo tutto ha alzato per la prima volta lo storico piatto Venus Rosewater, che oggi è andato alla Halep, nel 2002, battendo sua sorella Venus, in una delle partite in famiglia il cui risultato si sospettava fosse architettato dal padre Richard. E gli anni di Serena sono quasi 38.

Tutto questo senza nulla togliere a Halep (che uno Slam lo aveva già vinto l'anno scorso al Roland Garros ed è stata numero 1 del mondo nelle porte girevoli del tennis femminile), campionessa al suo debutto nella finale di Wimbledon. Ma i precedenti di 9-1 a favore di Serena nei loro incontri precedenti (compreso l'Australian Open di quest'anno) dicono che con ogni probabilità si è chiusa un'era, ma non se n'è aperta un'altra.

Per una finale delle donne in tono minore, l'aspettativa per quella maschile di domenica è invece che sia un grande classico, soprattutto dopo la straordinaria semifinale fra Roger Federer e Rafael Nadal vinta dallo svizzero. Il rischio è semmai che sia un anti-climax. Federer dovrà superare un'altra volta se stesso e il pronostico per battere il numero 1 del mondo e campione uscente Novak Djokovic. Dopo il successo su Nadal, Roger ha dimostrato che ha ancora “what it takes”: «Non ho ancora vinto niente, non è tempo di esultare, c'è ancora una partita, devo stare concentrato», ha detto senza scomporsi.

I due hanno una lunghissima storia (gli scontri diretti sono a favore del serbo 25 a 22); curiosamente, Djokovic è l'unico ad avere un record favorevole contro Federer anche a Wimbledon, avendo perso in semifinale nel remoto 2012, ma vinto poi in finale nel 2014 e 2015. Erano quelli però gli anni dell'appannamento del campione svizzero, il quale ha ritrovato smalto mentre si avvicina a sua volta ai 38 anni (li compie l'8 agosto prossimo ed è il più anziano finalista qui da quando Ken Rosewall a quasi 40 perse la finale con Jimmy Connors nel 1974).

Federer si gioca il nono titolo dei Championships (il primo è arrivato addirittura sedici anni fa), il che lo porterebbe a pareggiare i conti con un'altra leggenda, Martina Navratilova, e il ventunesimo Slam. Ma anche Djokovic, che, a 32 anni, pare un ragazzino al confronto con il rivale, ma è comunque un membro dell'Old Boys' Club, può arrampicarsi a 5 e 16. Insieme a Nadal (e, in misura minore, Andy Murray), i due finalisti di Wimbledon 2019 hanno nel frattempo obliterato generazioni intere di tennisti. Nel tennis maschile, appunto, i tempi non stanno cambiando. Con buona pace di Bob Dylan e del governatore Visco.

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