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Wimbledon, sponsor “per caso” delle polizze anti-epidemie

Il torneo britannico riceverà 114 milioni di dollari dopo averne sborsati solo 12: sarà boom di assicurazioni ma il costo esploderà

di Simone Filippetti

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(Afp)

Il torneo britannico riceverà 114 milioni di dollari dopo averne sborsati solo 12: sarà boom di assicurazioni ma il costo esploderà


5' di lettura

La stazioncina di Southfields, periferia sud di Londra, sembra uscita da un romanzo di Charles Dickens: tetto in legno e pilastri in ferro in stile

floreale di fine ’800: d’altronde il nome stesso del posto evoca un tempo in cui la zona era solo campi e prati. È sulla linea District che arriva al capolinea di Wimbledon. Se non fosse per l’insostituibile Lonely Planet o per Google, nessuno immaginerebbe che lì bisogna scendere per andare ai campi di tennis più famosi al mondo. Non c’è nessun cartello, nessuna indicazione, nessun annuncio nemmeno durante i viaggio in treno.
Infatti in tanti si sbagliano e scendono al capolinea, pensando che lì si trovi l’impianto sportivo.

All England Lawn Tennis Club
Unico aiuto per i visitatori, è solo un arrugginito palo nel mezzo della piazza, ma solo una volta usciti dalla stazione, dove a stento si legge che a nord si verso la moschea; a sud verso l’All England Lawn Tennis Club (Aeltc), che sarebbe il nome ufficiale e originario di Wimbledon, il tempio mondiale del tennis.
Per arrivare in uno dei luoghi sportivi più visitati e ammirati del mondo non c’è alternativa che camminare per circa 15 minuti lungo Church Road, classica strada da sobborgo residenziale, costeggiata da alberi, marciapiedi larghi e immacolati, eleganti case a schiera coi bovindi, lussuose villette con giardino, panchine e aiuole immacolate. La celebrità del posto e l’afflusso meriterebbero dei collegamenti migliori, ma l’understatement è la cifra della cultura britannica e il torneo di Wimbledon, che celebra lo sport inventato dagli inglesi, ne a sua volta è la quintessenza: dal 1868 anno in cui un gruppo di appassionati di croquet, si riunirono in un fazzoletto di terreno tra le ferrovia della District Line e Marple Road, una strada di campagna per giocare a una versione moderna della pallacorda (e 7 anni dopo giocare la prima partita di tennis).

Wimbledon Museum
Chi non vuole camminare, deve aspettare l’autobus urbano che però ferma proprio davanti al Gate 3 dell’enorme complesso, dove c’è l’ingresso al Wimbledon Museum: tutti i giorni dell’anno c’è un pellegrinaggio di turisti, fan del tennis, appassionati di sport. Il museo è sempre aperto (tranne le settimane del torneo). Adesso, però, è chiuso: nelle vetrine buie si vedono cimeli come vecchie lanciatrici di palline a manovella e battitori di terreno, tutti rigorosamente pitturati verde Wimbledon. Poco più avanti c'è il Centre Court, il campo centrale, dove nel 1877 si giocò il primo torneo di tennis sull’erba, ma anche lì il cancello è chiuso. Dalla grata con le lettere in ferro battuto Aeltc, il club ancora oggi proprietario del torneo, si intravedono pezzi dei campi d’erba, dove svettano irrigatori. Tutto è fermo, chiuso. Qualche addetto alla manutenzione, in polo rigorosamente verde, spunta ogni tanto. Il poliziotto privato alla guardiola non parla né tantomeno fa entrare: «Non sono autorizzato a parlare, soprattutto coi giornalisti», taglia corto. «Sul sito internet trova tutte le informazioni di cui ha bisogno».

Stop nel 2020
Non serve accedere a internet: la notizia ha già fatto il giro del mondo. Il torneo di Wimbledon, nell’Anno Domini 2020 non si disputerà: la 134esima edizione del torneo di tennis è stata cancellata per colpa del CoronaVirus. Il primo aprile, ma non era il classico pesce, un comunicato ha deluso milioni di fan in tutto il mondo: niente Wimbledon. Non succedeva da 75 anni: nel 1945 il torneo fu cancellato per colpa della Seconda Guerra Mondiale. Tutto sembra essersi fermato a quel giorno: al Gate 5, dove sono ammassati sacchi di cemento, l’orologio a muro a forma di ghiera Rolex, il principale sponsor della manifestazione, va un’ora indietro: è rimasto all’ora solare e nessuno ha spostato le lancette. Ormai non serve più. In tempi normali, i preparativi per l’imminente torneo (a fine giugno) ferverebbero; gli impianti sarebbero un pullulare di operai e lavori. Invece oggi l’unico segno di vita sono una decina di auto, tra cui una Fiat 500 con livrea tricolore, nel parcheggio antistante al cancello principale: sono i pochi impiegati rimasti a gestire l’amministrazione, per tenere i motori al minimo e gestire l’impatto della crisi.

Fatturato da multinazionale
Wimbledon non è solo sport: è una macchina da soldi, una multinazionale. Ogni anno muove oltre 360 milioni di di dollari (secondo le stime di GlobalData, banca dati sportiva). L’incasso dei biglietti, per decenni il business principale, porta 50 milioni di sterline in cassa, una cifra enorme.
Già nel 1913 il torneo attirava 10mila spettatori tanto che le vecchie gradinate in legno non bastavano più e ne fu costruita una in cemento. Oggi sui campi si affolla un pubblico di 500mila persone e davanti alla tv si piazzano circa 60 milioni di telespettatori. Nonostante incassi record, i preziosi tagliandi sono ormai una voce minore del giro d’affari. Il grosso dei ricavi viene ormai da tutto il resto: Wimbledon viene trasmesso in tutto il mondo, e i diritti tv sono la voce più grossa di bilancio (160 milioni di dollari); sponsor, tra cui appunto Rolex, e merchandising valgono 151 milioni. E poi c’è tutto l’indotto che si genera fuori dal campo: i fan che arrivano a Londra da tutto il mondo, comprano biglietti aerei, riempiono alberghi e ristoranti, fanno shopping, consumano.

L’assicurazione
Il poco personale rimasto negli uffici sta facendo i conti con un blocco imprevisto. La cancellazione del torneo è una tegola: va in fumo un anno di incassi e cascata tutta l'economia che ci gira attorno. Ma la Aeltc ha un jolly nella manica: in quegli uffici arriverà un assegno da 114 milioni di dollari. È l’assicurazione per la cancellazione di Wimbledon.
Accanto ai mancati incassi, inoltre, si ridurranno anche i costi: non si pagano i premi ai tennisti, che pesano per circa 40 milioni di dollari sugli introiti del torneo; si riducono le spese generali e di manutenzione, si eliminano gli stipendi di molti addetti stagionali. Anche al netto della polizza e della scomparsa di costi, gli organizzatori avranno un bilancio in rosso, ma l’impatto del Coronavirus sarà molto attutito, un danno sopportabile.

L’insegnamento della Sars
La massima della finanza, che il mercato ha sempre la memoria corta, non vale per il club inglese. Se oggi la Aeltc incasserà un cospicuo risarcimento è perché quasi 20 anni fa decise di assicurarsi contro le epidemie. Nel 2003, quando scoppiò la Sars, negli uffici di Church Road sottoscrissero una polizza che prevedeva anche le epidemie tra le cause di risarcimento danni. La Aeltc pagava per tutti i danni 1,5 milioni di sterline all’anno, una cifra mostre, che all’epoca aveva fatto storcere il naso: pareva troppo. Ora, dopo 17 anni, e aver versato 25,5 milioni, gli organizzatori ne incassano oltre 100. Che non solo compensano i mancati introiti del 2020 ma che si rivelano un investimento lungimirante: la polizza ha regalato un rendimento 8 volte tanto (il rendimento percentuale è del 347% su 17 anni e 20% circa annualizzato).

Spot per le polizze
Wimbledon, oltre alla fama sportiva, diventa anche il miglior spot per le polizze; il torneo si ritrova casualmente a essere il miglior testimonial per le compagnie assicurative: persone e aziende di solito sono sempre restìe ad assicurarsi perché si spendono soldi non succederà mai. La prevenzione di un rischio è sempre vista come un costo inutile. Ora il CoronaVirus farà cambiare percezione: «Dopo il caso Wimbledon, tante società sportive, che vivono di eventi unici, come la Premier League o la Uefa, correranno ad assicurarsi per il futuro. Ci sarà un impennata di polizze da pandemia», prevede Ben Carey-Evans analista di GlobalData. Il boom comporterà, però, anche un problema: le compagnie faranno fatica a prezzare queste polizze. Quando nel 2003 la Aeltc si assicurò, di certo la compagnia non immaginava che dopo soli 20 anni avrebbe pagato un risarcimento così alto a fronte di un premio pagato irrilevante. L’epidemia era un Cigno Nero, un evento assai improbabile o raro. Ma da oggi chi vorrà un ombrello da aprire in caso di epidemia, pagherà molto più di Wimbledon.

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