«l’asino del messia»

Wlodek Goldkorn, il tempo delle scelte e dei compromessi

di David Bidussa

Monumento nel Ghetto di Varsavia (Marka)

3' di lettura

Come molti altri ebrei polacchi (per esempio Zygmunt Bauman) Wlodek Goldkorn nel 1968 va via dalla Polonia con la sua famiglia, perché l’antisionismo è dichiaratamente antisemitismo (cinquant’anni dopo non è cambiato molto). arriva in Israele e diventa cittadino di un Paese in profonda trasformazione dopo la guerra del 1967.

L’asino del Messia è un libro sul confronto intorno alle parole, sulla memoria, sulla fedeltà a se stessi e sull’inquietudine. Ma è anche un libro su come sia complicato fare i conti con ciò che chiamiamo identità.

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L’asino del Messia a cui allude il titolo è il segno del redentore e l’antefatto alla nuova vita. Per lui quell’asino, al contrario di ciò che auspicano i nazionalisti fondamentalisti religiosi, non è rappresentato dai sionisti laici che fondarono Israele come premessa per ricostruire il Tempio. Quell’asino è Tito, l’imperatore che distrugge il Tempio. Con quell’atto - scrive Goldkorn - si è «sgombrato tutto lo spazio dell’immaginazione dell’attesa del Messia e della Redenzione, dall’inutile e pesante materialità del potere» e si è dato spazio alla parola [p. 153].

La parola, dunque come segno del rapporto inquieto con le sfide del presente.

La parola è importante. Per due motivi.

Il primo: come ricordano Amos Oz e Fania Oz Salzberger (Gli ebrei e le parole, Feltrinelli) la parola è quel filo sottile che consente di connettere presente e passato, ritrovando anche un percorso delle trasformazioni dell’identità senza delegare fideisticamente a oggetti, luoghi, persone, figure mitiche, eroi - in breve a monumenti (forse, più propriamente, a idola) – la propria persona e il proprio destino. Identità è così descrivere i percorsi del proprio destino lungo il filo del dialogo e del contrasto tra generazioni su ciò che si eredita, si rifiuta, si prende in carico.

Il secondo: nella storia ebraica contemporanea occorre rivendicare la dignità di qualcosa che è definitivamente morto con la Shoah: la lingua e la cultura Yiddish. Ovvero il mondo perduto delle passioni ma anche delle tensioni rappresentato dalla sfida di un’esperienza che voleva essere dentro e fuori il proprio “cortile”, voleva rivendicare la propria identità senza imbozzolarsi.

Wlodek Goldkorn è il figlio tormentato di quella esperienza, ma anche il testimone della sfida nell’epoca delle comunità chiuse. Realtà come scriveva Zygmunt Bauman nel suo Voglia di comunità (Laterza, p. 6) che nella ansia di premunirsi chiudendo porte e finestre per paura di ibridarsi, rischia seriamente di morire per soffocamento da “aria pura”.

E di quella sfida queste pagine propongono vari momenti di bivio dove è importante non solo cosa si prova, ma anche che cosa si sceglie e perché.

Goldkorn in questo suo libro, raccontando i molti luoghi di bivio della sua vita in cui ha scelto (spesso dovendo abbandonare qualcosa, ma non dimenticando ciò che si lasciava per intraprendere un nuovo percorso), ricostruisce la scena del suo arrivo affascinato e miscredente in Israele nel tardo 1968 [pp. 21-25]; poi la difficile integrazione scolastica [pp. 75-83]; poi l’adesione militante alla nuova sinistra contro l’occupazione che si intreccia con l’esperienza di soldato [pp.95-119]; poi il continuo tornare a interrogare i protagonisti culturali e politici in Israele (Peres, Oz, Yehoshua tra gli altri) o nella sua Polonia (i figli e i nipoti del pogrom antisemita a Jedwabne, nel luglio 1941; i nazionalisti, orgogliosamente antisemiti, ciò che resta della minoranza democratica che riallaccia il filo proprio con quella cultura yiddish data per morta) [pp. 180-198]. Poi la decisione di andarsene.

La sfida ogni volta è ricominciare daccapo sapendo che politica significa scegliere, misurarsi con l’avversario, compromettersi.

È il senso del pellegrinaggio di Goldkorn a Sde Boker, in mezzo al deserto sulla tomba di Ben Gurion [p. 207 e sgg.], un altro che pensava che dare forma al progetto significava non farsi governare dal sogno e venire a patti. Il tema è dimettersi dall’assoluto. È il messaggio in bottiglia che Tony Judt ci ha lasciato con il suo Guasto è il mondo (Laterza) e con cui ancora non siamo venuti a capo. Non solo a Gerusalemme.

Un consiglio: ritagliarsi il dialogo con Amos Oz [pp. 84-90] e di tanto in tanto rileggerlo. Non solo vale il libro, ma ci restituisce uno spessore e un’inquietudine intellettuale cui da tempo non siamo più abituati. Dovunque, in qualsiasi lingua.

L’asino del Messia

Wlodek Goldkorn,

Feltrinelli, Milano, pagg. 224, € 16

Riproduzione riservata ©

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