intervista

Wolfgang Blau: «Perché lanciamo Vogue Business»

di Giulia Crivelli


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7' di lettura

E’ forse la parola inglese più usata al mondo. Spesso però viene utilizzata in modo improprio o compresa solo in parte. Parliamo di business, che significa singola azienda, ma anche settore industriale o commerciale. Non poteva quindi che chiamarsi Vogue Business la nuova testata di Condé Nast International, primo vero lancio editoriale del 2019 e prima vera “creatura” di Wolfgang Blau, dal 2017 presidente di Condé Nast International, dopo essere stato direttore dell’area digitale del gruppo.

Tutti i gruppi editoriali, compreso il vostro, sono impegnati in ristrutturazioni, sfoltimento delle testate, razionalizzazione dei titoli. Come nasce l’idea di una testata ex novo?
Vogue Business, che vede ufficialmente la luce oggi, nasce soprattutto da due considerazioni. La prima: proprio grazie al lavoro che abbiamo fatto su ogni singola testata e su ogni edizione locale delle singole testate abbiamo scoperto, anzi, riscoperto, la quantità di competenze che abbiamo già al nostro interno e che non sempre usiamo al meglio. Non parlo solo di team giornalistici, ma anche di tutte le persone che organizzano eventi, convegni, seminari. E delle donne e uomini che si occupano di marketing e comunicazione. Persone che hanno sviluppato know how e, cosa ancora più importante, reti di contatti nei vari settori che ruotano intorno al core business della moda e delle riviste di carta. Secondo, crediamo che ci sia l’opportunità di fare informazione nel segmento business della moda rispondendo a esigenze concrete di molti operatori del settore. Vogue Business è una testata B2B, più che B2C. E’ vero che c’è già molto offerta di informazione economica e finanziaria, ma paradossalmente non sempre è organizzata o mirata. Siamo in un’epoca in cui avere troppe informazioni, non filtrate, è come non averne affatto. O quasi.

Partite dall’online, ci sarà anche uno sbocco su carta, come fa ad esempio un paio di volte all’anno il sito Business of Fashion?
Per ora siamo concentrati sulla versione online. Mai dire mai, comunque. In questo essere aperti a evoluzioni, anche a breve, di una testata appena lanciata, sta lo spirito del tempo, per come lo interpreta Condé Nast International. Nel modello tradizionale del nostro gruppo editoriale, una testata veniva lanciata sul mercato solo quando la si riteneva perfetta da ogni punto di vista. I test venivano fatti internamente o comunque prima della presentazione ufficiale. Con Vogue Business non è così e credo non sarà mai più così, perché fa parte dello scenario editoriale rivoluzionato da internet. Digital first, come si dice. Abbiamo messo a punto un progetto che crediamo valido, buono e con grandi potenzialità. Ma non abbiamo la presunzione di pensare che sia perfetto, anzi. Dipenderà tutto dalle risposte dei lettori, chiamiamoli così. Siamo aperti ai loro suggerimenti e terremo conto di ogni reazione. Non dobbiamo avere paura che alcune convinzioni vengano smentite. Ripeto, è lo spirito del tempo: le buone idee e la passione, lo slancio, che si mettono in nuovi progetti restano indispensabili. Ma altrettanto devono esserlo la flessibilità e l’apertura alle reazioni del pubblico. E’ un mondo accelerato, che ci piaccia o no.

Vogue Business rifletterà questa accelerazione?
Questo è un aspetto molto interessante. Proprio perché viviamo in un vortice, in un mondo, anche dell’informazione, che non si ferma mai, il servizio che vogliamo dare è all’insegna dell’approfondimento, del punto di vista originale, non della mera cronaca. Certo, se ci saranno breaking news le daremo. Ma non è questo lo spirito di Vogue Business. Che ha la forma di una newsletter, prima di tutto: al mattino gli iscritti riceveranno una selezione di argomenti, articoli, focus. Quello che la nostra redazione internazionale ha selezionato e ritiene fondamentale sapere. Poi, ripeto, ci saranno aggiornamenti solo se ritenuti davvero importanti. Altrimenti si passa alla newsletter del giorno successivo. Anche perché tra una newsletter e l’altra si potrà, volendo, consultare il sito. Sarà costantemente aggiornato ma, ripeto, perché è davvero importante, non in una logica di “bombardamento” di notizie, bensì di selezione di quello che succede ed è, secondo noi, importante sapere. Anche questo modello è, se vogliamo, sperimentale. Prima del lancio ufficiale, che è oggi, abbiamo avuto una “versione beta” e dei “beta users” in 29 Paesi, a partire dal giugno 2018. Circa 7mila persone alle quali abbiamo chiesto e continueremo a chiedere feedback. Nessuno può più pensare di avere ricette perfette che si possono applicare senza tentennamenti, imponendo qualcosa dall’alto. Persino i gruppi editoriali di più lunga esperienza devono adattarsi alla rivoluzione che ha travolto tutti.

Cosa pensate di avere, però, in più, in Condé Nast?
Possiamo contare sulla più grande rete al mondo, potremmo dire comunità, di giornalisti e professionisti della moda e dei settori correlati. Parlo appunto di competenze diverse e complementari: giornalisti ma anche ricercatori, analisti, free lance, partner a vario titolo, persone che si occupano degli aspetti commerciali. Come Condé Nast International organizziamo eventi e conferenze in moltissimi Paesi: il principale è la Condé Nast International Luxury Conference, ma la formazione è un settore sul quale abbiamo investito molto e che continuerà a crescere. Siamo come un sistema di vasi comunicanti, ogni divisione può e deve imparare dalle altre.

Come saranno organizzati i contenuti? Per aree tematiche?
Lo schema iniziale prevede un’analisi dei trend dei settori nei quali possiamo suddividere l’industria della moda, dal design alla parte manifatturiera, dal marketing alla distribuzione, dalle sfilate ed eventi alle modalità di individuazione e selezione di giovani talenti. Poi terremo conto di tutti i temi di respiro più ampio, che influenzano ogni mercato di respiro globale, dai cambiamenti climatici alla geopolitica. La moda però è anche cultura e riflette da sempre i cambiamenti nelle società. Anzi, a volte li anticipa o li favorisce: quindi terremo conto dei trend culturali che possono avere un impatto,ad esempio, sul retail. E viceversa. Poi ci sono tecnologia e scienza, che influenzano i modi in cui abbigliamento, accessori, gioielli e ogni tipologia di prodotto viene fatto, promosso e venduto.

A chi avete affidato la “raccolta” di contenuti?
La testata si chiama Vogue Business perché probabilmente Vogue è il nostro brand più famoso. Ma il progetto è stato reso possibile dal coinvolgimento di professionalità che lavoravano nelle edizioni locali di Vanity Fair, GQ, Glamour, Ad, Wired, oltre che di Vogue. Siamo presenti in decine di Paesi e solo in Europa, Medio Oriente e America Latina raggiungiamo direttamente 240 milioni di persone: la “redazione” di Vogue Business riflette questa multiculturalità e multidisciplinarità.

Come direttore di Vogue Business chi avete scelto?
Lauren Indvik, già “Head of news and features” del sito Vogue International, un ruolo in cui scriveva, commissionava e coordinava articoli provenienti da 14 diverse edizioni digitali di Vogue. Prima di lavorare in Condé Nast, Lauren era stata direttore della testata on line Fashionista.com e business editor di Mashable. Tra le molte testate con le quali ha collaborato nel tempo ci sono i quotidiani New York Times e Wall Street Journal e la rivista Fast Company. Lo staff è composto da circa 20 persone, sei delle quali solo per la parte editoriale, ma parlo solamente di Londra. Come dicevo, si tratta in realtà di una “redazione globalizzata”, che comunica soprattutto via internet.

Esiste una redazione fisica, quindi?
Sì, la sede principale sarà la stessa di Condé Nast International, Londra. Ma sarà veramente come il centro di una rete neurale... i contributi vengono da una trentina di Paesi. Per ora sarà tutto in inglese, ma il sogno, che vorremmo realizzare a breve, è di avere un’edizione in mandarino, vista l’importanza del mercato della Greater China e il ruolo, anche culturale, che quella parte del mondo ha sul pianeta e sulla sua evoluzione. Da una parte quindi cerchiamo di avere un punto forte di riferimento in Londra, dall’altra continuiamo a crescere, per avere antenne ovunque, in altri Paesi. Negli ultimi due anni Condé Nast International ha lanciato ad esempio Vogue Poland, Vogue Czechoslovakia, Vogue Arabia e GQ Middle East. Vogue Greece and Vogue Hong Kong dovrebbero arrivare nel 2019. La logica, ripeto, è sempre la stessa: raccogliere informazioni ovunque, perché il mondo è globalizzato ma fatto di differenze, di tanti mondi “regionali”. A noi giornalisti, per come la vediamo in Condé Nast International, sta il compito, difficile ma entusiasmante di fare una sintesi di tutto quello che accade e, se possibile, di tentarne un’interpretazione. O almeno, di fornire chiavi di lettura. A maggior ragione nell’epoca delle fake news. Non si sono scorciatoie per la buona informazione: gli editori devono investire risorse ed energie, i lettori devono dedicare tempo e, a loro volte, energia e pensiero e riflessione per informarsi.

Quanto è importante l’Italia per Condé Nast International?
È strategica sia per i numeri e i contatti, sia come punto di osservazione. Ci sono versioni locali di alcune testate, come Vanity Fair, di grandissimo successo. Essere presenti in Italia significa poter osservare da vicino il più importante Paese al mondo per la produzione di lusso e poter interpretare e raccontare Milano, capitale mondiale del pret-a-porter. Avere un’antenna particolarmente potente e allo stesso sensibile su quello che succede qui è strategico. Durante la prossima fashion week donna, in febbraio, presenteremo anche il rilancio di Vanity Fair e il direttore entrato da poco in carica, Simone Marchetti. Un quarantenne che ha le qualità giuste per interpretare questo momento difficile ma allo stesso tempo sfidante dell’editoria. Il passato non va rinnegato e il buon giornalismo, basato su fatti e numeri, non va rinnegato. Però, certo, è cambiato il modo di distribuire le informazioni e di ricevere il feed back dei lettori / utenti. Come editori, dobbiamo cercare quelli nuovi, ma senza tradire chi ci ha seguiti finora. Anzi, dando anche a loro qualcosa di nuovo, inaspettato e soprattutto utile.

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