verso la Conferenza di buenos aires

Wto ostaggio dell’America isolazionista

di Gianluca Di Donfrancesco


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(Reuters)

3' di lettura

L’undicesima Conferenza ministeriale della Wto che si sta per aprire a Buenos Aires non sarà come le altre. Non tanto perché è la prima in un Paese sudamericano, tardivo riconoscimento del peso economico del continente. E nemmeno per i risultati che produrrà: nessuno si aspetta granché. Tutto questo finirà sullo sfondo, cornice del vero show: il faccia faccia tra l'Amministrazione americana più isolazionista del dopoguerra e i sacerdoti del multilateralismo, in una fase di aperto riflusso della globalizzazione e di ritorno in voga dei nazionalismi.

«Disastro»
Gli attacchi della Casa Bianca alla World Trade Organization hanno dato seguito alla sprezzante retorica del candidato Donald Trump, che in campagna elettorale minacciava di portare gli Stati Uniti fuori da un'organizzazione «inutile», «disastrosa», «dannosa». Cannonate sparate per lo più da Twitter. Alle quali, però, si è accompagnato un attacco insidioso e sotto traccia, che già mette in crisi la ragion d'essere della Wto, vale a dire il meccanismo di risoluzione delle dispute commerciali, colpito al cuore con il boicottaggio della nomina di nuovi giudici nella “corte d'appello” (Appellate Body), ormai quasi alla paralisi: dei sette giudici che la compongono, dall'11 dicembre ne rimarranno in carica quattro e da settembre solo tre, il minimo necessario a comporre un panel giudicante.Mai nei suoi 70 anni di vita (l'accordo sul Gatt, precursore della Wto, fu siglato il 30 ottobre del 1947), l'Organizzazione ha vissuto una minaccia così pericolosa come l'aperto ripudio proprio del Paese che nel dopoguerra ha progettato la struttura del sistema multilaterale. Un Paese da sempre sensibile alle tentazioni del protezionismo, ma che oggi rischia di scivolare in un isolazionismo mercantilista: l'America della narrativa trumpiana è un'America grande, forte e un po' “tonta”, che in tutti questi anni si è fatta “fregare” dal resto del mondo, in primo luogo lasciandosi invischiare in un sistema di regole e vincoli (Wto, Nato, Onu, Nafta) che la limitano e la danneggiano. Meglio sarebbe, seguendo il filo di questo “ragionamento”, fare carta straccia degli impegni internazionali e far valere la propria forza in rapporti bilaterali, dove sarebbe facile intimidire interlocutori più deboli.La tentazione isolazionista è alimentata dalle dimensioni del mercato domestico Usa e dalla effettiva ridotta dipendenza dal resto del mondo. Secondo l'Ocse, solo l'11% del Pil Usa dipende dai mercati esteri, la quota più bassa tra tutti i membri dell'organizzazione. Si sale di un po', ma appena al 13%, se si prendono in considerazione anche le attività delle affiliate estere delle società Usa.

Usa vs resto del mondo
Gli Stati Uniti contribuiscono al bilancio della Wto per l'11%. Germania, Francia, Spagna e Italia da sole pesano quasi il doppio (20%). Se dagli Usa non si può prescindere, gli altri 163 soci della Wto non sono però disposti a subirne gli atteggiamenti. La Ue vive con insofferenza le uscite dell'Amministrazione Trump e la Cina si è già proposta come campione del liberismo: una voce importante, aldilà dei problemi di credibilità. Il Giappone e gli alleati asiatici di Washington devono ancora digerire lo schiaffo ricevuto con il loro ritiro dalla Trans Pacific Partnership, che gli Usa avevano già siglato con 11 Stati del Pacifico.

Buenos Aires
La Conferenza si terrà dal 10 al 13 dicembre. I negoziati di preparazione svolti a Ginevra non hanno prodotto un testo condiviso di dichiarazione. «I lavori del drafting group - spiega il Consigliere Nico Frandi, vicerappresentante permanente italiano alla Wto - sono stati bloccati dagli Stati Uniti, reticenti a continuare lunghi e improduttivi esercizi e forse anche intenzionati a evitare qualsiasi segnale di sostegno al sistema multilaterale del commercio». Si proverà fino all'ultimo a sciogliere i nodi sui dossier aperti: agricoltura, sviluppo, sussidi alla pesca, commercio digitale e servizi.«Più in generale - aggiunge Frandi - si ripropongono le posizioni tra chi continua a rivendicare la centralità della dimensione sviluppo, con i suoi corollari dell'assistenza tecnica, del trasferimento tecnologico e dell'industrializzazione, a completamento dell'agenda di Doha, e chi auspica l'inizio di negoziati seri sui nuovi temi del commercio digitale, degli investimenti, delle Pmi. Nel primo campo si schierano i Paesi africani e quelli in via di sviluppo». Tema caldo sarà l'agricoltura, con focus sulla sicurezza alimentare nei Paesi in via di sviluppo. «Stoccaggio pubblico per finalità alimentari - spiega Frandi - e restrizioni alle esportazioni presentano a oggi le maggiori chances di incontrare un compromesso. Il primo è un imperativo per l'India ».

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