Torinodanza

«Xenos», la Grande Guerra dei soldati stranieri massacrati sui campi di battaglia europei

Il coreografo-danzatore Akram Khan ha reso omaggio al sacrificio di oltre quattro milioni di soldati non europei che hanno combattuto e sono morti nelle trincee della Prima Guerra Mondiale

di Roberto Giambrone


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3' di lettura

I fantasmi della Prima Guerra Mondiale ci perseguiteranno a lungo, ed è giusto così. Il fitto programma di iniziative che nella ricorrenza del centenario ci ha coinvolti, tra rievocazioni storiche, dibattiti, saggi, spettacoli e mostre non basta a pacificare la nostra cattiva coscienza. Anzi, più ci addentriamo nell’orrore di quella carneficina di impressionanti proporzioni, più scopriamo dettagli e connessioni che la rendono ancora più insensata e mostruosa. Sarebbe auspicabile dunque che l’onda lunga del centenario non si spegnesse dinanzi a nuovi fervori celebrativi e nuove ricorrenze, magari più consolatorie come quella leonardesca.

Questo per dire che se uno spettacolo come «Xenos», di Akram Khan, vive ancora dopo quasi due anni dal debutto all’Onassis Cultural Centre di Atene, è solo un bene. Intanto perché ci consente di vedere in scena per l'ultima volta il coreografo-danzatore, dato che ha annunciato di volersi dedicare, da questo spettacolo in poi, soltanto alla creazione, poi perché nell’inconsueta forma del teatro danza ha il merito di aver richiamato l’attenzione su un dettaglio storico colpevolmente trascurato: il sacrificio di oltre quattro milioni di soldati non europei che hanno combattuto e sono morti nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, un milione e mezzo dei quali erano indiani, proprio come la famiglia di Akram Khan, originaria del Bengala.

Xenos, i soldati-fantasma della Prima Guerra mondiale

Xenos, i soldati-fantasma della Prima Guerra mondiale

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Xenos, che è stato commissionato in Inghilterra nell’ambito del progetto artistico 14-18 Now, ha debuttato in Italia per Romaeuropa e più recentemente per Torinodanza, che lo ha ospitato alle Fonderie Limone nell’ambito di un’edizione particolarmente ricca ed emozionante del festival, che si concluderà il 26 ottobre e che ha avuto il merito, tra l’altro, di proporre la trilogia completa sulla famiglia del collettivo belga Peeping Tom. Prossimamente lo si vedrà a Taiwan, Hong Kong, Lisbona (30 novembre, Centro Cultural de Belém) e Parigi (12-22 dicembre, Théâtre de la Ville).

L’approccio di Akram Khan al tema dello spettacolo evita qualunque didascalismo, cercando piuttosto una chiave metaforica che, nel rendere omaggio alle vittime “straniere” massacrate nei campi di battaglia europei, denuncia l’assurdità e la brutalità di qualunque guerra, comprese quelle odierne. Perché la grigia coltre che riveste il palcoscenico, inclinato per evocare l’illusoria protezione della trincea, e suggestivamente illuminato da Michael Hulls, trasmette l’angoscia dell’asfittico grigiore di qualunque battaglia.

La coreografia di Khan colpisce al cuore perché è un crescendo di disperazione e scoramento. All’inizio siamo accolti in sala dagli ammalianti canti di tradizione indiana di Aditya Prakash con le percussioni di B C Manjunath. A un certo punto la magica atmosfera è bruscamente interrotta da una fragorosa esplosione, cui ne fanno seguito altre, che accompagnano l’ingresso in scena del soldato Khan. È la guerra, che rompe gli incantesimi e costringe il danzatore e i musicisti a ritmi sincopati e dissonanti. La scena si riempie di oggetti, fango e detriti, diventa scivolosa, mentre il milite ignoto alterna movimenti aggraziati a gesti convulsi, sposando la grazia del Kathak con l’espressionismo del teatrodanza. Le sonorità indiane si impastano con rumori, canzoni tradizionali e altre musiche, accogliendo anche un frammento del Requiem di Mozart.

C'è spazio pure per alcuni versi evocativi dello scrittore canadese Jordan Tannahill, collaboratore alla drammaturgia insieme a Ruth Little, che facendo da contrappunto alla performance hanno il sapore di una straziante Spoon River: «Di chi è la guerra? Di chi è questa mano? Di chi è la gamba? Qual è la mia fine? Riesci a sentirmi? Ero un figlio. Sono stato solo. Sono stato un soldato. E di nuovo ho ucciso».

Alla fine il soldato Khan, come un novello Prometeo, raccoglie il garbuglio di corde che invade la scena e vi si appende al centro della pedana inclinata. Così incatenato, sconterà il peccato di avere agito contro i suoi simili, ma sarà anche un monito per tutti, una sentinella che vigila sulla stoltezza degli umani.

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