il pronunciamento

Xylella, la Corte di giustizia della Ue: l’Italia non ha fatto quello che doveva

L’Italia non ha applicato le misure obbligatorie previste dalla Ue per impedire il diffondersi del vettore della xylella fastidiosa, che ha provocato danni, sinora, per 1,2 miliardi di euro ed infettato 21 milioni di ulivi

di Vincenzo Rutigliano


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2' di lettura

L’Italia non ha applicato le misure obbligatorie previste dalla Ue per impedire il diffondersi del vettore della xylella fastidiosa, che ha provocato danni, sinora, per 1,2 miliardi di euro ed infettato 21 milioni di ulivi. Lo ha stabilito la corte di Giustizia della Ue, che ha accolto il ricorso della commissione di Bruxelles e condannato l’Italia per i ritardi accumulati nelle ispezioni e nell’abbattimento delle piante infette.

In questa fase la sentenza - che conclude il primo step di una procedura di infrazione aperta nel 2015 - comporta “solo” il pagamento delle spese processuali, ma il cuore della decisione è quello che conta. Si da atto cioè che tutte le misure di eradicazione che, secondo i protocolli Ue, devono essere adottate per le fitopatie su larga scala e che prevedono azioni di diversa intensità a seconda delle aree delimitate, non sono state applicate. O quando è avvenuto, è avvenuto in enorme ritardo come dimostra il fallimento, sistematico, dei due piani di eradicazione a suo tempo messi nero su bianco dall’allora commissario dell’emergenza xylella, il generale del corpo Forestale dello Stato, Giuseppe Silletti, piani che prevedevano meno di 3.000 eradicazioni ed attuati in piccolissima parte, perché impallinati da contenziosi, ricorsi su ricorsi, opposizioni di proprietari, organizzazioni agricole allora silenti.

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Così le eradicazioni sono rimaste in gran parte al palo: sia quelle della zona infetta, profonda fino a 20 kilometri a partire dalla punta a sud del Salento e risalendo a nord, che in quella “cuscinetto” in cui espiantare sia la pianta infetta che quelle sane poste nel raggio di 100 metri. Queste misure, di cui la Cedu aveva confermato la validità nel 2016 in punto di diritto, non sono state quindi attuate immediatamente dall’Italia né nella zona infetta, né in quella di contenimento dove non è stato garantito anche il monitoraggio della presenza della xylella attraverso ispezioni annuali.

Il risultato di questi errori, incertezze e scaricabarile tra governo, regione Puglia, enti locali, proprietari dei fondi, organizzazioni agricole, è stato drammatico. Ad oggi - secondo stime della Coldiretti Puglia – sono stati contagiati 21 milioni di ulivi provocando danni per 1,2 miliardi di euro con effetti disastrosi sul piano ambientale – il Salento in molte aree ha un aspetto lunare - economico ed occupazionale.

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La condanna arriva in uno scenario nel quale - a 6 anni dall’ottobre 2013 quando venne segnalato per la prima volta il batterio in un uliveto di Gallipoli nel leccese per poi estendersi al brindisino e al tarantino – non è cambiato molto. Non vi è ancora una strategia condivisa e univoca tra enti regionali, nazionali e comunitari per fermare la malattia. E anche quando, dopo proteste e marce su Roma, i gilet arancioni hanno ottenuto il decreto a firma dell’allora Ministro Centinaio per un fondo da 300 milioni per ristorare gli olivicoltori salentini danneggiati, tutto è ancora sulla carta. E la xylella intanto avanza verso nord alla velocità di 30 kilometri l’anno.

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