A colloquio con la scrittrice francese

Yasmina Reza e l’orecchio per la musica dell’umanità

È appena uscito in Italia «Bella figura» dell'autrice e drammaturga. Qui racconta il suo modo di scrivere, la costruzione narrativa di situazioni e personaggi, l'incidenza delle origini ebraiche, il suo legame con la letteratura italiana

di Eliana Di Caro

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6' di lettura

La figura sottile, stretta nei jeans e in una maglia bordeaux, i capelli neri (come i grandi occhiali da sole) che le incorniciano il volto, Yasmina Reza ha un’aria fresca e piena di energia. Siamo a Parigi, la città in cui è nata nel ’59, dove la giornata plumbea non toglie nulla alla bellezza di Saint-Sulpice e delle strade eleganti che si diramano dalla piazza.

Autrice di pièces teatrali e scrittrice di successo planetario (è tradotta in oltre trenta lingue), in Italia ha conosciuto una vasta fama con Carnage, film di Roman Polański tratto dal suo Il dio del massacro (Adelphi, 2011), ma ha sempre avuto un seguito di lettori che ne hanno amato le opere, da Una desolazione ad Arte fino a Felici i felici e Babilonia. Ora è appena uscito, sempre da Adelphi, Bella figura, scritto per Thomas Ostermeier e già messo in scena in Italia da Roberto Andò: la storia di due amanti – Boris e Andrea - che durante una delle loro cene clandestine, in un’atmosfera cupa, incontrano una coppia – Éric e Françoise - in procinto di festeggiare nello stesso ristorante il compleanno dell’anziana mamma di lui, Yvonne. Françoise, dettaglio non irrilevante, è amica della moglie di Boris. Anche in questo testo Reza fa emergere con maestria le debolezze, le fragilità e le piccole bassezze dei suoi personaggi, i dialoghi seguono un climax ascendente che rende la tensione esplosiva (a volte sdrammatizzata da sortite ciniche o paradossali) di una situazione complicata.

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Yasmina Reza con gli attori Christoph Waltz (a sinistra), e John C. Reilly a Hollywood per la proiezione di «Carnage» (diretto da Roman Polański) nel 2011. I suoi ultimi libri sono tradotti in Italia da Adelphi

Il titolo fa riferimento alla “bella figura” che tutti tentano di fare senza riuscirci, rivelando il peggio di sé: «Sì, ma Andrea e Yvonne ne escono meglio, con più dignità», sottolinea Reza, alludendo alla franchezza orgogliosa della giovane che non accetta di rimpicciolirsi nel ruolo dell’amante, così come la festeggiata rifiuta di essere trattata come un ferro vecchio. «Peraltro il titolo ha un secondo significato: si riferisce pure alla bellezza di Andrea», aggiunge la scrittrice. Anche questa è una storia che si presterebbe al grande schermo, com’è stato per Il dio del massacro, il cui esito cinematografico è «molto fedele al testo, per volontà di Polański: la pièce è scritta in tempo reale, sono due ore piene. Ci siamo limitati a un adattamento e abbiamo cambiato la fine, perché lui voleva che fosse più ottimista; in realtà avrei preferito che Polański realizzasse una cosa un po’ diversa, che la sua narrazione fosse più personale. Il film, comunque, lo trovo molto buono. Quanto ad altre possibilità, ho ricevuto diverse proposte ma ho detto di no, non per principio ma perché non mi convinceva il progetto o non mi piaceva il regista... insomma, per diverse ragioni. Bella figura ha, in effetti, le caratteristiche – il luogo dell’incontro, il party, la scena del ristorante – che si addicono al cinema».

Come suggerisce il cognome, Reza ha origini iraniane da parte di padre (un ingegnere nato a Mosca), e ungheresi da parte di madre. Entrambi i genitori, che si conobbero in Francia, venivano da famiglie ebraiche: una componente che si avverte nella produzione dell’autrice, le cui opere contengono diversi riferimenti all’ebraismo e a Israele. «Loro non erano religiosi e non ci hanno dato un’educazione religiosa (è la prima di tre figli, ndr), benché mio padre, invecchiando, si sia avvicinato a quella sfera. Certamente l’approccio intellettuale, il senso dell’umorismo arrivano da lì e hanno influito sui miei scritti. È difficile stabilire fino a che punto, ma sono molto a mio agio con personaggi ebraici, mi sembra di conoscerli meglio, sento un’affinità e una capacità di comprensione maggiori».

Humour e caratterizzazione dei protagonisti sono resi naturalmente dalla scrittura - è asciutta e senza fronzoli - dove il lavoro di sottrazione fa il paio con il ricorso a ossessive ripetizioni, funzionali al crescendo della tensione, al dramma che incombe. Reza s’illumina: «Nell’uso delle parole è molto importante il lavoro di selezione, arrivo a riflettere un’ora sulla scelta di una sola espressione; quanto al meccanismo della ripetizione, a volte non viene capito dai traduttori, per loro sono semplici ripetizioni che non funzionano e vogliono correggere. Di Adelphi sono contenta perché lavorano con molta cura». Nelle sue narrazioni si dà spazio alle persone più disparate (basti pensare alle storie di Felici i felici), uomini e donne, vecchi e giovani (Reza è madre di Alta, 29 anni, e Nathan, 24), il che rivela una grande attitudine all’osservazione e forse una certa indulgenza nei confronti dei personaggi femminili, pur ritratti con ugual crudezza.

«Ho un buon orecchio, conosco la musica degli uomini così come delle donne e dei ragazzi. Il vocabolario è diverso, sono differenze che sento e riconosco. È un gran piacere mettersi al posto degli uomini: quando scrivo non sono sicura di essere una donna, penso di farlo prevalentemente con un’anima da uomo», è il commento spiazzante dell’autrice, che racconta poi la sua ultima opera, Anne-Marie la beauté (sarà tradotto in Italia probabilmente il prossimo anno): un monologo femminile. «È un’attrice che parla della sua vita e dell’amicizia con una collega diventata una star, mentre lei è rimasta nell’ombra. La storia mi è stata ispirata, però, da un attore, un uomo con cui ho lavorato molto. Un giorno mi ha detto che gli sarebbe piaciuto interpretare una donna, e da questo è nata la pièce. Lei, Anne-Marie, è lei, ma per me il fatto che sia stato un uomo a darle origine ha cambiato tutto. Ad esempio non ho immaginato il fisico di una donna ma un corpo molto maschile. E ne è scaturita una libertà di scrittura fantastica, affrancata sia dagli uomini sia dalle donne. È un monologo libero dal genere».

Nel 2006 Reza ha fatto un’esperienza singolare, ha seguito Nicolas Sarkozy nella campagna presidenziale e ha poi pubblicato L’alba, la sera o la notte (Bompiani, 2009). Puntualizza subito che non si tratta di un libro sull’uomo politico, ma «sulla pazzia della vita, sull’urgenza di vivere, sul timore della morte. Per me è un lavoro esistenziale, per questo non è datato e si può leggere sempre: non descrive il candidato alle elezioni del 2007, esplora una situazione metafisica. Lui, in quel momento della sua vita, era veramente un personaggio mio, molto simile ad altri uomini raccontati in altri libri. In dieci anni ho incontrato Sarkozy tre volte, mi ha invitato a pranzo dopo l’uscita di Felici i felici. Quando è divenuto presidente non l’ho mai visto: non volevo mescolare le cose».

La scrittrice ha un forte legame con l’Italia. Da sei anni ha una casa a Venezia dove trascorre una settimana al mese, parla (e studia) l’italiano. Se ne capisce presto il perché: «Il padre dei miei figli (il regista Didier Martiny, ndr) ha origini genovesi. Io ho sempre amato la letteratura italiana. Pavese, Svevo, Vittorini, Calvino, Bassani... ovviamente li ho conosciuti nella traduzione francese. Poi è arrivato il momento in cui ho deciso che dovevo trovare un posto lontano da Parigi per scrivere con tranquillità. Ho pensato all’Italia. Prima ho cercato in montagna e in campagna, mi piace la natura, in più adoro camminare. Poi, a un certo punto, ero in Laguna con la mia amica Carol Bouquet, che conosce bene la città, e mi ha mostrato posti fuori dai circuiti turistici. Mi sentivo bene, libera. Così ho scelto Venezia, e ho deciso di imparare la lingua (vado a lezione da una professoressa). Naturalmente il legame si è consolidato, ho cominciato a leggere in italiano e ho scoperto una donna che non conoscevo, Natalia Ginzburg: una scrittura bellissima e facile da leggere, un piacere immenso». Difficile, a questo punto, resistere alla tentazione di chiederle un’opinione sull’Italia di oggi: «Quando sono a Parigi trovo lo stato delle cose deprimente... ma l’Italia è la regina del disastro! Con una differenza: qui la gente è seria; da voi mi sembra ci sia una sorta di fatalismo, un’aria più leggera, più esistenziale. Come dire “vabbè, deve andare così...”. Non che sia meglio, ma almeno è un approccio più simpatico».

Reza è figlia di immigrati, un tema fortissimo e scottante in questo momento anche in Francia. La scrittrice preferisce non esprimersi o quasi, motivando anche la sua riluttanza: «Quando si parla di migrazione si parla di tante cose diverse, il soggetto è enorme e, in poche parole, è difficile dire qualcosa di intelligente. L’unica cosa di cui sono certa, seguendo la mia esperienza: quando una famiglia emigra, come la mia, il Paese che accoglie ha dei doveri, ma anche chi è accolto ne ha nei confronti di quella terra. I miei genitori volevano fare di noi dei veri francesi, desideravano che parlassimo bene e assimilassimo la cultura. Avevano rispetto per la Francia».

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