L’analisi

Yellen, per Trump il «nodo» successione

di Marco Valsania

(Ansa)

3' di lettura

Jackson Hole - Ha preso di petto Donald Trump. Ha difeso i pilastri delle grandi riforme delle quali la Fed è stata protagonista indiscusso e che, ha detto, hanno restituito solidità e stabilità al sistema finanziario e crescita all'economia. Indirettamente criticando chi, come il presidente, vorrebbe invece spingere l'acceleratore della deregulation, nazionale e internazionale. Janet Yellen ha lanciato oggi un guanto di sfida che, a prima vista, potrebbe presagire un suo commiato alla guida della Fed, con il mandato in scadenza a febbario.

Un discorso che anzichè un arrivederci al Simposio annuale di Jackson Hole potrebbe sancire un addio, un intervento di “legacy” per definire la sua eredità.
Per Trump, però, nonostante lo “schiaffo” non sarà facile risolvere il rebus della successione al vertice della Banca centrale americana che incombe su Jackson Hole come le vicine montagne del Grand Teton. Ha fatto capire che potrebbe far slittare un annuncio spesso avvenuto tra settembre e ottobre a una data più vicina alla fine dell'anno. E ha finora indicato apertamente solo due nomi in lizza: a sorpresa proprio la stessa Yellen, affermando che «sta facendo un buon lavoro» e di apprezzarne «il comportamento». E il 56enne capo consigliere economico della Casa Bianca Gary Cohn, ex top executive di Goldman Sachs. Altri potenziali candidati comprendono più rigidi economisti conservatori, quali il 70enne John Taylor della Stanford University. O esponenti con pedigree di business quali l'attuale governatore Fed Jerome Powell o l'ex governatore Kevin Warsh. Il 47enne Warsh, finanziere e docente a sua volta a Stanford, è a Jackson Hole ma conscio della posta in gioco si trincera dietro secchi “no comment”.

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Per Yellen, comunque si concluda la saga della successione, si tratta di una riscossa silenziosa che potrebbe lasciare tracce in una leadership collegiale, pragmatica ed efficace. Durante la campagna elettorale Trump aveva promesso di silurarla, accusandola di essere vicina ai democratici. E lo stile accademico e lo spirito di colomba liberal di Yellen sono certo antitetici a Trump quanto invisi ai repubblicani. Ma, giunto alla Casa Bianca, la prospettiva del presidente è cambiata. Se Trump vuole una deregulation, sposa anche la causa assi meno conservatrice di bassi tassi sui quali si trova in sintonia con Yellen. Forse anche in soccorso dell'impasse delle sue politiche economiche, dalle tasse alla infrastrutture.

A complicare la “mano” di Trump giocano anche difficoltà oggettive e tradizione. Identificare un candidato allo stesso tempo davvero autorevole, popolare tra la maggioranza in Congresso ma fidato non è facile, un profilo oggi forse limitato a Cohn e ne assicura una pole position. Mentre tradizione insegna che dagli anni Trenta solo due chairperson della Fed non hanno a conti fatti ricevuto un secondo mandato e qualche continuità potrebbe giovare a un'amministrazione in costante subbuglio. Trump avrebbe comunque l'opportunità di influenzare significativamente la direzione della Fed. Il suo board ha tre seggi vacanti e il presidente ha già nominato Randal Quarles, prelevato dal mondo del private equity, per affidargli proprio la responsabilità di una supervisione bancaria da ammorbidire. Due stretti alleati di Yellen usciranno inoltre di scena nel 2018 e 2019, il vice presidente Stanley Fischer e il governatore della sede di New York William Dudley.

Da parte sua Yellen, secondo chi la conosce, difficilmente rifiuterebbe una riconferma se le venisse offerta anche da una Casa Bianca con cui ha poco in comune. Per senso del dovere e lunga fedelta' alla Fed come istituzione, dove mosse i primi passi negli anni Novanta. A Jackson Hole ieri ha dimostrato ancora di credere nella sua missione, con o senza una poltrona da presidente.

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