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Ynap immune grazie alla tecnologia. Marchetti: «Imprese meglio dei governi»

Telelavoro e automazione hanno permesso di continuare in sicurezza l’attività, con un indice di contagio tra i dipendenti dello 0,1%

di Antonio Larizza

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Il presidente di Ynap Federico Marchetti (a sinistra) durante una conference call con i suoi collaboratori

Telelavoro e automazione hanno permesso di continuare in sicurezza l’attività, con un indice di contagio tra i dipendenti dello 0,1%


4' di lettura

Per il New York Times è «l’uomo che ha portato la moda sul web». Per il New Yorker «nessuno ha avuto più meriti di lui nel portare l’e-commerce nella moda». Federico Marchetti è l’imprenditore-innovatore che nel 2000 ha fondato in Italia Yoox, il primo sito e-commerce di lifestyle al mondo. Oggi è presidente e amministratore delegato del gruppo Yoox Net-A-Porter (Ynap), un ecosistema globale per il lusso e la moda online con 5.500 dipendenti e 4,3 milioni di clienti in tutto il mondo, che dal 2018 fa parte del Gruppo Richemont.

Marchetti, come ha affrontato la sfida del Coronavirus?
Innovando. Siamo un’azienda di tecnologie. Su 5.500 dipendenti, 1.600 hanno competenze tecnico-scientifiche. Metà di loro lavorano nella sede di Bologna, gli altri a Londra. Sono ingegneri, programmatori, ricercatori, data scientists ed esperti di intelligenza artificiale.

Quanto ha aiutato essere un’azienda di tecnologie?
Quando a febbraio è stato necessario salire a 5 giorni di smart working, non ce ne siamo neanche accorti: tutti i sistemi erano pronti. Lo facevamo già da due anni, nella misura di un giorno a settimana.

Come è stata gestita invece l’attività nei centri logistici?
In questo caso abbiamo potuto contare su processi altamente performanti e automatizzati, progettati fin dall’origine per gestire diverse fasi anche senza l’intervento umano. Un aspetto che si è rilevato decisivo per continuare l’attività nell’emergenza, dopo uno stop volontario di due settimane. Il terzo vantaggio è stato essere un’azienda globale.

Lei opera in Cina, il paese con il mercato del lusso più importante al mondo e anche quello dove è scoppiata l’epidemia. Anche questo vi ha dato un vantaggio?
Per l’azienda intesa come network globale, sì. Inizialmente abbiamo dovuto gestire la crisi in Cina, alla pari con gli altri. Ma poi, quando l’epidemia si è spostata, abbiamo potuto attuare le misure in anticipo rispetto alla gran parte del tessuto produttivo: prima in Italia, poi in Inghilterra e quindi negli Stati Uniti.

Quanti dei vostri 5.500 dipendenti sono stati contagiati?
A oggi registriamo lo 0,1% di casi positivi al virus. Un risultato non scontato. Sul lato del business ovviamente non siamo stati immuni, delle ripercussioni ci sono state, ma siamo pronti a reagire velocemente anche nella Fase 2.

Come giudica la gestione della crisi da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali?
Dico che le aziende, soprattutto quelle globali, si sono mosse meglio dell’Oms e dei governi nazionali.

E l’Italia?
Viviamo in un’Italia “ low-tech”, è emerso chiaramente durante l’emergenza. Siamo famosi nel mondo per la nostra creatività, non certo per una visione di lungo periodo sull’adozione delle nuove tecnologie. Lo abbiamo visto per esempio con il crollo del sito dell’Inps, che dimostra inesperienza in tema di digitalizzazione. Oggi però il Paese non ha scelta.

Siamo secondo lei a un punto di svolta?
Quello che si pensava essere il futuro, è diventata un’esigenza del presente. Serve visione, stabilità politica e un piano di adozione delle tecnologie almeno di respiro quinquennale. Anche le aziende si devono organizzare, per definizione.

Si dice che sul web una microimpresa può diventare una multinazionale…
Abbracciare in modo intelligente la tecnologia è l’unica possibilità di salvezza che hanno le Pmi italiane, che poi sono il cuore della nostra economia. Penso agli artigiani che hanno fatto grande il made in Italy nel mondo. Oggi dobbiamo aiutarli a immergersi nella tecnologia. Per le Pmi la tecnologia è anche un elemento decisivo per attrarre giovani e garantirsi così un futuro.

Lei è ottimista per l’Italia?
Sì. Non è un caso che stiamo continuando a investire in Italia: abbiamo aperto il più grosso centro logistico a livello mondiale proprio alle porte di Milano. Lo faccio perché sono convinto che i nostri giovani hanno le potenzialità per cambiare questo paese.

Ma i giovani sono sempre più spaesati e disorientati.
Parlo spesso con i ragazzi. E a loro dico: se voi avete delle skill digitali, le aziende litigheranno per assumervi. Se pensate digitale, non esiste azienda che non vi stia cercando. Qualsiasi azienda ha bisogno di queste competenze: se investite in questa direzione, troverete tutti lavoro. Da azienda globale, facciamo la nostra parte.

In che modo?
Negli ultimi due anni, per esempio, abbiamo insegnato a circa 6mila ragazzi tecniche di programmazione. Il coding è come l’esperanto: una lingua universale. Chi saprà leggere e scrivere in questa lingua segnerà il futuro. Da qui si riparte.

Il suo settore, l’e-commerce, come uscirà da questa crisi?
In Italia come nel mondo, per necessità, durante la crisi anche i clienti più resistenti all’e-commerce si sono convertiti. Non torneranno più indietro. L’e-commerce uscirà rafforzato come metodo di acquisto.

Che rapporto ha con i suoi clienti?
Nella mia vita di imprenditore ho sempre ragionato da cliente. E quindi anche durante questa crisi la prima cosa a cui ho pensato sono stati i miei 4,3 milioni di clienti, con cui ho avuto sempre un rapporto stretto. Mi ritengo in contatto assoluto con loro, perché ne analizzo ogni giorno comportamenti, gusti, bisogni. Mi sembra di conoscerli tutti.

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