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Zaia, De Luca, Toti, Emiliano: saper sottrarre voti agli avversari li candida a leader di domani

Tutti e quattro sono stati premiati da un elettorato trasversale, che li ha votati a prescindere dallo schieramento politico che li sosteneva. Un fatto da non sottovalutare perché tra loro potrebbe svelarsi un possibile nuovo leader

di Barbara Fiammeri

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Tutti e quattro sono stati premiati da un elettorato trasversale, che li ha votati a prescindere dallo schieramento politico che li sosteneva. Un fatto da non sottovalutare perché tra loro potrebbe svelarsi un possibile nuovo leader


3' di lettura

I veri vincitori delle elezioni sono loro, i quattro Governatori uscenti. Eccoli, da Nord a Sud: Luca Zaia, Giovanni Toti, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano. Molti l’hanno attributo al cosidetto “effetto-Covid”, ossia la capacità dimostrata nel gestire l’emergenza. Nel caso di Toti più del Coronavirus è stata probabilmente l’emergenza Ponte. Ma in ogni caso tutti e quattro sono stati premiati da un elettorato trasversale, che li ha votati a prescindere dallo schieramento politico che li sosteneva. Un fatto da non sottovalutare perché tra loro potrebbe svelarsi un possibile nuovo leader.

La capacità di attrarre l’elettorato solitamente ostile

Per vincere bisogna infatti dimostrare la capacità di attrarre anche quella parte di elettorato solitamente “ostile”. Si spiega così il 41% del Pd di Matteo Renzi alle Europee del 2014 e anche il 34% di Matteo Salvini lo scorso anno. Come è noto, Renzi, grazie a quel risultato, divenne premier. Salvini ci ha provato buttando giù il Conte I. Altrettanto noto è come sia finita: il senatore di Rignano è il leader di un partito che a stento supera la soglia di sbarramento, mentre il leader del Carroccio ha perso in un anno 10 punti.

Il contributo della sinistra alla lista Zaia
La condizione iniziale però non cambia. E i quattro governatori l’hanno soddisfatta, risultando credibili anche per chi non si riconosceva nei loro partiti. Zaia è il caso più eclatante. Il presidente del Veneto ha fatto il pieno, ottenendo le preferenze di una parte significativa degli elettori schierati solitamente coi partiti dell’opposizione. Quel 76,8% arriva grazie al contrbuto della “sinistra” alla sua lista, che da sola ha raccolto quasi il 45% dei voti, molto più dei tre partiti del centrodestra messi assieme fermi al 31%.

Il risultato di Toti che non ha alle spalle un grande partito

Non meno clamoroso è il caso di Toti. Pur non raggiungendo le percentuali record di Zaia, anche il Governatore ligure ha surclassato i partiti della coalizione di centrodestra. La sua lista ha ottenuto il 22,6% staccando la Lega di 5 punti. Un risultato inimmaginabile alla vigilia del voto e infatti non previsto dai sondaggisti. Anche perché Toti non ha alle spalle uno dei partiti della coalizione, avendo abbandonato Forza Italia per dar vita a un nuovo movimento politico («Cambiamo»).

De Luca ha quasi doppiato i voti della sua coalizione

La vittoria di Vincenzo De Luca non è mai stata messa in discussione. La strategia del Governatore campano però è stata quella di moltiplicare il numero delle liste a suo sostegno proprio per allargare il più possibile la base elettorale. Basti pensare che 12 liste, compresa quella del presidente, hanno fruttato oltre il 40% dei consensi mentre la coalizione classica di centrosinistra - Pd + i renziani di Iv - si è fermata a circa il 25%.

Il successo di Emiliano fra i Cinque stelle

La vera sorpresa però è stata la riconferma di Michele Emiliano. Il «No» ad un’alleanza a sostegno del Governatore uscente del M5s pugliese, che fa riferimento all’area più oltranzista dei pentastellati, aveva messo fortemente a rischio la vittoria di Emiliano e infatti tutti i sondaggi alla vigilia davano per certo un testa a testa con lo sfidante del centrodestra. Così non è stato . Almeno la metà degli elettori grillini ha votato per lui. E non si è trattato di voto disgiunto, ovvero di mettere la croce su M5s appoggiando però il candidato dem. Gli elettori hanno direttamente votato una lista della coalizione, in prevalenza proprio il Pd.

Per vincere bisogna «rubare voti all’avversario»

Ma la strategia di allargare il consenso, se vale per conquistare la guida delle Regioni, a maggior ragione si applica a livello nazionale. La competizione in questo caso si fa però molto più agguerrita perchè lo scontro è anzitutto interno, per la leadership della coalizione. Nel centrodestra la gara è già cominciata. Salvini è tallonato da Giorgia Meloni. Entrambi continuano a ripetere che a vincere sarà «chia ha più voti». Ma si feriscono ai loro partiti, Lega e Fdi. Circoscrivere la scelta del possibile candidato premier ai leader delle singole forze politiche della coalizione potrebbe però risultare un errore fatale. È vero che Fratelli d’Italia è l’unico partito che continua a crescere. Ma i voti che prende arrivano tutti o quasi dagli alleati - Lega e Forza Italia - e infatti la coalizione del centrodestra non ha aumentato i consensi. Per vincere bisogna invece andare oltre lo steccato originario. Rubare voti all’avversario. Proprio quello che hanno dimostrato di saper fare i 4 governatori. E non è da escludere che uno o più di loro possa essere il futuro candidato premier. Magari passando per una investitura dal basso, come le primarie. In fondo gli italiani in queste regionali, così come al referendum, hanno dimostrato che la voglia di votare non si è affatto affievolita, soprattutto quando ritengono che ne valga la pena.

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