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Zaino smart per le vacanze: ecco com’è cambiato (tra sole, riuso e riciclo)

Attenzione ai consumi energetici, ai materiali e all’ambiente. Dopo due anni di pandemia siamo meno online, ci mettiamo meno gadget ma siamo più consapevoli

di Luca Tremolada

Estate, 34,5 milioni in vacanza ma pesano i rincari

3' di lettura

C’è stato lo zaino-ufficio e non è neppure durato poco. Una borsa della vacanze con alimentatori di vario tipo, cavi e cavetti , powerbank grandi come mattonelle, console portatili e saponette Wifi come se non ci fosse un domani. Il mantra era sempre lo stesso: bisogna restare connessi, al mare, in spiaggia, in montagna, ovunque. Connessi alle proprie serie tv, a videogiochi, ai social e in alcuni casi, quelli più estremi, anche all’ufficio per controllare ogni tanto che tutto fosse sotto controllo.

Due anni di pandemia e una guerra che dura da oltre cento giorni nel cuore dell’Europa hanno in qualche modo cambiato il nostro scenario culturale di riferimento. Intendiamoci, c’è ancora chi riempie la valigia di oggetti elettronici e come Linus con la sua coperta non intende rinunciare al suo piccolo mondo a dimensione di display. Ma c’è anche una presa di coscienza generalizzata che qualcosa è cambiato dentro e fuori di noi e quindi anche quello che ci portiamo dietro deve in qualche modo riflettere questo mutamento.

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Non potremmo spiegarci diversamente la rinnovata sensibilità eco-friendly per l’elettronica che anche prima c’era, ma era riservata solo ai più giovani. Un ruolo l’ha giocato e lo sta giocando più o meno inconsciamente anche la crisi delle materie prime e quella energetica. Più la seconda della prima. Se infatti trovare una scheda grafica al giusto prezzo resta ancora complicato, la «combo» inflazione all’8% più maxi-rincari della bolletta energetica ci ha reso più attenti ai consumi energetici. Anche per una questione meramente economica. Sappiamo bene che non sono gli elettrodomestici e l’alimentazione dei dispositivi elettronici a rendere insostenibili le spese energetiche, tuttavia è come se qualcosa si fosse rotto per lasciare il posto ad altri stili di consumo più consapevoli.

Qualche indizio di questo cambio di paradigma lo troviamo anche nelle grandi catene di elettronica di consumo, dove troviamo non più relegati agli scaffali in fondo gadget che usano per esempio fonti di energia rinnovabile come quella del sole. E cioè zaini, alimentatori portatili, perfino le cover per smartphone, tutti oggetti che integrano pannelli solari. In termini di efficienza energetica questi dispositivi non sono lontanamente paragonabili a quelli tradizionali che si alimentano con la corrente elettrica. Ma hanno un valore simbolico non irrilevante per almeno una parte della generazione X.

Stesso discorso per l’attenzione ai materiali, all’economia circolare e al riuso. Le aziende dell’elettronica di consumo da almeno un paio di anni hanno cominciato a rispondere alle ansie eco-ambientaliste rendendo prodotti e processi più green. Anche perché, almeno dai sondaggi, i giovani si dicono maggiormente disponibili a spendere di più per prodotti sostenibili (energia solare, isolamento termico per la casa, veicoli elettrici).

Oggi sappiamo bene che non basta rimuovere la plastica dal packaging, limitare lo spreco di carta, eliminare caricabatterie e libretti di istruzione stampati. Servono i piccoli gesti ma non sono sufficienti. Per capirci, internet e il digitale inquinano. Un solo server produce in un anno da 1 a 5 tonnellate di CO2 equivalente, e ogni gigabyte scambiato su internet emette da 28 a 63 g di CO2 equivalente. I giganti delle tecnologie oltre a limitare le emissioni di CO2 hanno attivato meccanismi di compensanzione come l’acquisto sul mercato di certificati negoziabili equivalenti ad una tonnellata di CO2 non emessa, o assorbita grazie ad un progetto di tutela ambientale. Vuole dire piantare alberi e finanziare fonti di energia pulita.

I consumatori veramente amici dell’ambiente devono chiedere più informazioni sui processi interni di produzione, sulle poltiche di riciclo e magari mostrare una maggiore sensibilità commerciale verso i prodotti ricondizionati o usati. Scelte naif, un po’ radical chic invece non fanno davvero bene all’ambiente.

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  • Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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