finanziere franco polacco

Zaleski, l'uomo su cui girava la finanza cattolica (con baricentro a Brescia)

di Carlo Marroni


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(Imagoeconomica)

2' di lettura

Se c’è una terra italiana dove la weltanschauung cattolico-democratico si è espresso con i contorni più netti questa è Brescia. Già, la Leonessa, lombarda di confine, ai bordi della bolla bianca veneta e a sud della mitteleuropa cattolica venata di protestantesimo capitalista. Terra di incroci e di forze al confronto, anche in economia. A pochi anni di distanza, per dire, nascono il Credito Agrario Bresciano (1883), rivolta agli agrari di simpatie laico-liberali, e la Banca San Paolo Brescia (1888) cattolica fino all’ultimo cassiere. Poi finiranno insieme un secolo dopo, ma questa è un’altra storia. In questo incastro di tradizione e denaro la figura di Romain Zaleski, élite francese di origine nobile polacca, naturalizzato camuno, è un po’ uno dei simboli di un’epoca che ha lasciato un segno.

Quello di Zaleski con Giovanni Bazoli, creatore del gruppo Intesa San Paolo partendo dal disastrato Ambrosiano, non è stato solo uno stretto legame di intesa sul business, ma la saldatura di una comune visione. Bazoli tratteggiava la strategia, Zaleski agiva. Un tempo, neppure troppo lontano, c’erano la finanza laica, attorno alla galassia Mediobanca di Enrico Cuccia, e quella cattolica, per molti anni sparsa tra le casse di risparmio, le rurali e le popolari e il filone romano papalino. Poi negli anni ’90 tutto cambia rapidamente, i pacchetti non si pesano più ma si aggregano, il mito è la creazione di valore, ma restano necessariamente i pilastri attorno a cui creare questi movimenti. L’azione sul campo di Zaleski segna una stagione ma il suo brand resta sempre la Carlo Tassara, che nasce come azienda siderurgica della Valcamonica.

La finanza è bianca, ma gli affari alla fine non hanno colore, specie quando si parla di cifre come quelle che Zaleski mette sul piatto. Basta ricordare la scalata alla Falck: spende 200 miliardi di lire in due anni, arriva al 35%, siamo nel 1998, l’epoca in cui si consolida il rapporto bresciano con Bazoli. Poi arriva la Mittel, presidente sempre Bazoli, con in pancia pacchetti importanti, come Rcs, altro incrocio affollato con Mediobanca. La scalata alla Falck non riesce, vende a Compart (Montedison) di cui poi avrà il 6%, entrando ancora una volta nel cortile di casa di Via Filodrammatici (poi Piazzetta Cuccia), che non la prende bene. Poi la Montedison e l’accordo con la Fiat, ormai non più nella sfera di influenza di Mediobanca.

Cosa resta della finanza bianca, di cui Zaleski è stato uno dei protagonisti più attivi anche se forse il più discreto? Rimane la stessa eredità di quella “laica”, un sistema di relazioni e rapporti di forza mirato a sistemare i processi senza far chiasso, ma dove la parola data aveva quella sì un peso. È di pochi giorni fa l’intervista del cardinale Ruini che ha sentenziato l’irrilevanza in politica dei cattolici democratici, quelli di sinistra, da cui proviene la tradizione di Bazoli e tutto il milieu bresciano. Forse, ma è quella tradizione che ha lasciato un segno anche dentro l’economia italiana, dal Codice di Camaldoli in poi. Anche in finanza. Come la filiera laica erede della tradizione del Partito d’Azione.

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