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Zambon va al raddoppio nel polo hi-tech di Bresso

di Luca Orlando

3' di lettura

«All’azienda abbiamo dato la possibilità di svilupparsi». Partiamo da qui, dalle parole del sindaco di Bresso Ugo Vecchiarelli. Scontate e banali solo in apparenza, guardando all’Italia dei “no”, degli ostacoli burocratici, dei comitati di protesta, delle amministrazioni che bloccano anziché favorire. Qui, nella prima cintura nord di Milano, è avvenuto l’opposto, con modifiche successive ai piani urbanistici che hanno accolto e accompagnato la crescita di Zambon, uno dei maggiori gruppi della farmaceutica italiana. Che ha scelto Bresso non solo per insediare il proprio quartier generale ma per costituire un campus di ricerca, un modo per cavalcare l’innovazione “aperta”.

Campus ora al raddoppio, con un maxi-progetto da 56 milioni di euro che prevede nuovi spazi e laboratori. Due torri ideate da Michele De Lucchi che vedranno la luce entro il 2020, raddoppiando il personale in loco a 1200 persone. L’obiettivo è approfondire ed arricchire il lavoro svolto in questi anni, che ha già portato nell’area OpenZone numerose start-up operanti nel campo delle scienze della vita, tra cui gioielli (quotati) del biotech tricolore come Molmed. «Qui c’è il futuro - scandisce il presidente del gruppo Elena Zambon - ma in realtà anche il presente, che ci vede impegnati a creare un ponte tra ricerca e applicazioni concrete: portare i progetti e le idee sul mercato significa anzitutto consentire ai pazienti di avere maggiori opportunità e migliorare la qualità della vita».

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Nato 112 anni fa, il gruppo Zambon, 700 milioni di ricavi e 2800 addetti, ha realizzato la propria rivoluzione copernicana nel 1962, trasferendo il quartier generale da Vicenza alle porte di Milano, puntando sulla metropoli a più forte vocazione internazionale del Paese. Scelta con il senno di poi logica, per un gruppo che realizza grazie all’export l’80% dei propri ricavi. Alla sede centrale, grazie anche a successive modifiche dei piani di territorio locali, Zambon ha aggiunto un Campus di ricerca applicata (OpenZone), che oggi ospita anche un acceleratore d’impresa impegnato ad assistere e far crescere nuove idee imprenditoriali nell’ambito delle scienze della vita.

L’investimento di Bresso, che porterà gli spazi complessivi a 37mila metri quadri, si innesta all’interno di un filone di sviluppo quanto mai prolifico per l’area di Milano, che vede in Human Technopole (ex area Expo) e Città della Salute (Sesto S. Giovanni) altri due grandi progetti di trasformazione urbanistica ed imprenditoriale legati alla salute. Schemi che si integrano, focalizzandosi in realtà su aspetti contigui ma distinti: ricerca di base sul genoma e big data per l’area Expo; ricerca clinica attraverso il trasferimento e l’unione dell’Istituto dei tumori e dell’Istituto neurologico Besta; ricerca applicata e trasferimento tecnologico a Bresso. «Sono convinto che le città - spiega il sindaco di Milano Giuseppe Sala - saranno i motori dello sviluppo in questo secolo.

E se guardiamo all’insediamento delle nuove imprese, alle università, al flusso di turisti non c’è dubbio che Milano sia il simbolo di come dovrebbero funzionare le cose. E allora: va bene rilanciare il Sud, va bene parlare di redditi di inclusione. Ma se oggi fermiamo questa locomotiva facciamo un errore colossale». L’area interessata dai lavori, già partiti, si affaccia sul Parco Nord, alle porte di Milano e vedrà la costruzione di numerosi spazi comuni e di aggregazione, «perché sono i luoghi di incontro - spiega l’architetto De Lucchi - che fanno scaturire le idee».

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