respinte le dimissioni del ministro

Zarif, il pilastro dei moderati iraniani di cui Rouhani non può fare a meno

di Roberto Bongiorni

Mohammad Javad Zarif (Reuters)

4' di lettura

«Non accetto le dimissioni, le considero inadeguate per gli interessi del Paese. Vostra Eccellenza gode della mia fiducia. Continuate il vostro cammino con coraggio, con forza e ragionevolmente».

Quasi a rimarcare, ancora una volta, quanto il ministro iraniano degli Esteri, Mohammed Javad Zarif, non sia un semplice ministro, piuttosto uno dei pilastri dell’ala iraniana più moderata e pragmatica, è intervenuto di persona il presidente della Repubblica islamica, Hassan Rouhani con un breve comunicato pubblicato sul sito web del presidente.

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Rouhani, il presidente col turbante, salito al potere nell’agosto del 2013, e riconfermato per un secondo mandato nel 2017, non vuole proprio fare a meno di un uomo indispensabile per tessere le complesse relazioni diplomatiche con l’Occidente in generale, e quelle compromesse con gli Stati Uniti in particolare.

Al timone del Ministero degli Esteri dal 2013, Zarif, 59 anni, può a ben ragione essere considerato “Mr. Accordo nucleare”. L'architetto, o comunque il direttore d’orchestra, del Joint Comprehensive Plan of Action (Jpcoa), meglio noto come l'accordo sul nucleare firmato nel luglio del 2015 dal gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania più l'Unione Europea) e la Repubblica islamica dell’Iran. Un successo che tuttavia ha acuito il confronto, meglio ormai dire lo scontro, tra l’ala moderata, di cui Zarif è uno dei maggiori esponenti, e gli ultra conservatori, sostenuti dalla suprema guida spirituale, Ali Khamenei, e dai Pasdaran. Agli occhi di questi ultimi Zarif non solo aveva troppo ammorbidito le sue istanze con i partner europei, ma aveva perfino osato venire a patti con il “Grande Satana”, gli Stati Uniti. Tanto da meritarsi dai suoi avversari un epiteto particolarmente offensivo negli ambienti conservatori: “Zarif l'americano”.

'Oltre 100 raid chimici, cosi' Assad ha vinto la guerra'

L’esclusione dal dossier siriano
Torniamo indietro di due giorni. Domenica sera su Istagram Zarif annuncia le sue – inattese - dimissioni. La motivazione lascia subito perplessi. Perché oltre a scusarsi con il popolo iraniano per gli errori commessi durante il suo mandato, Zarif si scusa anche per «l’incapacità di proseguire».

Non pare tuttavia una coincidenza che le dimissioni del plenipotenziario per la politica estera iraniana abbiano preceduto di poche ore un incontro cruciale, quello avvenuto proprio a Teheran, lunedì, tra Ali Khamenei e Bashar al-Assad, il presidente siriano che ha ormai vinto la guerra civile grazie anche al contributo militare dei suoi alleati iraniani. Erano sette anni, ovvero dall’inizio della rivolta contro Assad (presto degenerata in guerra), che il presidente siriano non si recava in Iran per incontrare il suo alleato più solido.

Il futuro assetto della Siria (l'area di Idlib è ancora sotto il controllo dei ribelli mentre il nord Est in mano ai curdi) è strategico non solo per l'Iran ma per l'intero Medio Oriente. Eppure a questo incontro non vi ha partecipato Zarif, mentre era presente il potente generale Qassem Soleimani, comandante delle brigate al Quds dei pasdaran e responsabile del dossier siriano (fin all’anno scorsi in rapporti buoni con Zarif).

Non è un dettaglio. Escludendo Zarif, Khamenei, di gran lunga l’uomo più potente in Iran, intende confermare con più forza il passaggio, avvenuto ormai da diversi anni, della gestione della crisi siriana nelle mani dei militari. I quali, a loro volta, hanno accentuato la presa di distanza da Zarif. In questo modo viene così indebolito il percorso diplomatico, iniziato con il processo di Astana, volto a trovare una soluzione negoziata alla crisi siriana di cui Zarif era stato l'ideatore e l'esecutore.

L’artefice dell’accordo sul nucleare iraniano
Sulle dimissioni di Zarif non può non aver inciso la fase di stallo sul dossier nucleare che si sta trascinando da mesi. Lo scorso maggio, con un’iniziativa unilaterale che ha profondamente irritato i suoi partner europei, il presidente americano Donald Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dal Jpcoa, promettendo due round di sanzioni che, a detta anche del Segretari di Stato Mike Pompeo, si riveleranno le più dure di sempre contro l’Iran. Entrambi i round sono scattati, ma per quanto concerne l’embargo totale sull'export iraniano di petrolio (doveva scattare in novembre), la Casa Bianca ha concesso una serie di moratorie ai maggiori acquirenti di greggio iraniano, tra i quali l’Italia. La resa dei conti è tuttavia vicina.

L’Europa, dal canto suo, fatica a trovare quel meccanismo risarcitorio, ideato per bypassare le sanzioni americane e indurre le compagnie europee a continuare i rapporti commerciali con Teheran.

Sul fronte iraniano, il Jpcoa è sempre stato, sin dalla sua firma, teatro di aperti scontri tra l'ala moderati guidata da Rohani e il suo ministro degli Esteri, e gli ultra-conservatori, ai cui occhi l’apertura verso l'occidente perseguita da Zarif (che peraltro ha studiato negli Stati Uniti) appare come una svendita dei valori rivoluzionari.

Cosa accadrà senza Zarif al dossier nucleare?
Nonostante le accuse degli Stati Uniti, l’Iran ha finora rispettato i termini del Jpcoa. Lo hanno sempre ribadito le autorità deputate a verificarlo, vale a dire gli ispettori dell’Agenzia internazionale dell'Energia atomica (Aiea). Fa ancora più specie che, proprio qualche giorno prima delle dimissioni di Zarif, l'Aiea ha riconfermato come l'Iran abbia recentemente adempiuto pienamente al Jpcoa.
A questo punto l'ala oltranzista potrebbe prevalere e far ripartire il programma di arricchimento dell'uranio oltre la soglia precedentemente concordata. D'altronde la domanda che sorge spontanea potrebbe essere: per quale motivo continuare a sottostare alle restrizioni dell'accordo?
Senza Zarif il Jpcoa rischia così di crollare, perdendo i già esigui margini di manovra. Se tuttavia il ministro degli Esteri accettasse l'appello del presidente Rohani, il Jpcoa continuerebbe ad avere dalla sua parte il suo più strenuo paladino. L'elegante politico iraniano, dai modi affabili, convinto a mantenere in vita il rapporto con l'Europa.

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