ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLA MORTE DEL REGISTA

Zeffirelli anti-comunista, amico di Berlusconi e «pro» Renzi

di Riccardo Ferrazza


Zeffirelli, una vita da record tra teatro e cinema

4' di lettura

La musica, il teatro, il cinema. Ma anche la politica. Nella vita di Franco Zeffirelli, morto nella sua dimora romana sulla via Appia a Roma a 96 anni, c’è stato spazio anche per l’impegno politico. «Appena mi affacciai al “mondo”, io dissi di no subito al Moloch comunista. E divenni così un raro esemplare di cocciuto superstite che sognava una cultura liberale» raccontava nei primi anni Duemila. Una scelta dalla quale lo scenografo e regista faceva discendere l’«ostilità bestiale» in Italia nei confronti della sua opera da parte della sinistra nel corso della sua lunga carriera. Perché, spiegava, «il comunismo ha saputo penetrare capillarmente nei gangli dell’intellighenzia occidentale. Pochissimi hanno saputo resistere, con coerenza a questo virus». Tra questi il maestro fiorentino includeva se stesso.

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Senatore azzurro
Si spiega anche così la scelta di accettare la candidatura a senatore con la neonata Forza Italia offerta dall’amico Silvio Berlusconi. «Se nel 1994 - ricordò a dieci anni di distanza - lui non scendeva in campo erano guai seri. Saremmo diventati un paese comunista senza più comunisti nemmeno in Russia. C’era una situazione da ghigliottina». Rimase in carica per due legislature e un totale di sette anni durante i quali continuò a girare film (“Jane Eyre” e “Un tè con Mussolini”). Alla fine risultò tra i senatori più assenteisti. Ma anche tra più facoltosi: decimo nel 1995 con un reddito imponibile di 653,56 milioni di lire e settimo nel 2001 con una dichiarazione da 883,72 milioni di lire. Proprio quando Berlusconi si preparava a tornare a Palazzo Chigi da premier, lui decise di non ripresentarsi («serve carne fresca») e paragonò la sua esperienza parlamentare a quella di «un innamorato che regala a una donna un meraviglioso collier di diamanti e poi vede la signora che se lo rivende».

Il legame con Berlusconi
L’amicizia e l’affetto con il Cavaliere (proprietario della villa romana dove Zeffirelli viveva da anni) non è però mai venuta meno. Si schierò con lui (con una lunga lettera al Corriere della sera) contro la moglie Veronica Lario e quando nell’agosto del 2013 l’ex premier venne condannato in via definitiva per frode fiscale, il regista (al tempo già novantenne e costretto su una sedia a rotelle) si presentò alla manifestazione di solidarietà in via del Plebiscito nonostante il caldo sfiancante dell’estate romana: i due si abbracciarono commossi e piansero. «Ha ragione Berlusconi - commentò in quell’occasione Zeffirelli -: continuiamo a vivere sotto una dittatura profonda, incorreggibile, della sinistra italiana, fiorita spudoratamente dopo la guerra a colpi di ricatti e calunnie».

La Pira e la militanza partigiana
Eppure Zeffirelli si sentiva di sinistra. «Sinistra moderata, si intende. Quella che ha fatto riferimento a un certo mondo cattolico». Il suo battesimo politico risale, come molti della sua generazione, al settembre 1943. «Ero uno dei ragazzi del liceo artistico di Firenze. Studiavamo in piazza San Marco, proprio di fronte al convento dove viveva il giovane La Pira, docente di diritto romano all’università». Fu il futuro sindaco fiorentino a spingerlo ad andare in montagna per raggiungere i partigiani e combattere i tedeschi: grazie all’inglese imparato per volontà del padre, un commerciante di tessuti anglofono, fece in seguito da interprete per la Guardia scozzese «ma dai comunisti - raccontava di quel periodo - sono stato quasi ammazzato».

Contro il matrimonio gay
Non fu mai fascista e, anzi, si offese a morte quando una rivista inglese («Screen International») lo definì così: fece causa e la vinse ottenendo un risarcimento che, annunciò il suo legale, sarebbe andato al vescovo di Catania «per opere di bene in Sicilia». Credente («venero il Vangelo») e omosessuale, si opponeva al matrimonio tra persone dello stesso sesso ma non era contrario al riconoscimento delle coppie di fatto. Approvò l’apertura dell’allora presidente del Consiglio Romano Prodi ai Pacs e fu quella l’unica volta in cui Zeffirelli fece un’eccezione rispetto all’antipatia manifestata nei confronti del Professore bolognese (storico avversario di Berlusconi). Il suo modo di parlare, disse, gli ricordava «il parroco di campagna che incontravo da bambino quando andavo a trovare mia nonna».

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La prima elezione mancata
Il regista fiorentino aveva però tentato l’esordio in Parlamento con la Democrazia cristiana, stesso partito di riferimento di Prodi: candidato nel 1983 alla Camera nel collegio di Firenze e Pistoia con lo Scudo crociato, «zattera di libertà che ci ha consentito di sopravvivere in questi lunghi anni». Dopo un iniziale diniego, ottenne che sulla scheda elettorale comparisse, accanto al suo nome all’anagrafe Gianfranco Corsi, la dizione “in arte Franco Zeffirelli”, ma le 16.052 preferenze non gli bastarono per farsi eleggere. La rivincita arriverà solo nel ’94 con Forza Italia ma dovrà andare lontano dalla sua città per ottenere il seggio da senatore: collegio 15 di Catania dove vinse con il 56,2% dei voti.

L’omaggio «social» di Matteo Renzi a Franco Zeffirelli (1923-2019)

Il sostegno al «rottamatore»
Negli ultimi anni diceva: «Meno mi immergo nel pentolone della politica italiana e meglio mi sento». Ma di politica parlava volentieri rilasciando commenti taglienti sui personaggi che la animano. Guardava quasi con disgusto all’ascesa del movimento fondato da Beppe Grillo («becero comico») e a sinistra aveva parole di elogio solo per Piero Fassino. Fu sostenitore di un «giovane fiorentino» che era stato sindaco della sua città e aveva «intuito il tracollo dei comunisti»: Matto Renzi. «Se fosse il personaggio di un’opera lirica - si prestò al gioco nel 2014 - chi sarebbe? Figaro! Perché è furbo, amico di tutti e dà fregature a tutti... Speriamo ci riesca». Su questo, però, il Maestro restò deluso.

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