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Zelig, quella risata che ci spiega l’Italia e pure un po’ l’economia

Al Festival dell’Economia all'Auditorium Santa Chiara serata speciale sabato 4 giugno con il cast del più longevo show comico italiano. Che ha «un'attrazione particolare per i temi economici e finanziari», spiega l'autore Giancarlo Bozzo

di Francesco Prisco

5' di lettura

Tutto passa a questo mondo. E tutto passa attraverso la comicità: l'economia non fa eccezione. Qualche esempio? Quando Milano cominciava a essere «un gran Milàn» per le attività produttive e finanziarie di questo Paese, accogliendo da tutto il Paese i migliori talenti manageriali, un'altra egemonia della Madunìna cominciò a irradiare l'etere, da un capo all'altro della Penisola: l'egemonia della scena comica milanese. In principio fu il Derby, localino a pochi passi dalla vecchia redazione del Sole 24 Ore, poi venne la stagione del Drive-in che del Derby, in un certo senso, era figlia. Poi arrivò Zelig che è sia un locale ultratrentennale, sia un format televisivo che va avanti da 25 anni. Con lo stesso principio della scena economica e finanziaria milanese: «Milano è la scena delle scene, una ribalta che accoglie i migliori da tutte le parti d'Italia. Se fai bene, ti premia. Vale per l'economia e vale nel nostro caso, dove fare bene significa fare ridere».

A parlare è Giancarlo Bozzo, fondatore oltre che autore di Zelig che ha ottenuto un grande successo di pubblico al Fuori festival di Trento. Di Bozzo ci possiamo fidare, quant'è vero che è nato a Camogli, vive a Milano dal 1968 (anno non banale) e ne ha visti passare di comici sotto i ponti. Ieri, a Trento, ha tirato i fili dello spettacolo Zelig – L'economia da ridere, nell'ambito del Fuori Festival dell'Economia: l'irriducibile Raul Cremona, Ippolita Baldini che ha rievocato lo spirito di Isabella Biagini, le intonazioni da Divina Commedia di Maurizio Lastrico, le incursioni social di Vincenzo Albano e ancora Antonio Ornano e Vincenzo Comunale.

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Tra uno sketch e l'altro, Bozzo rivede a volo d'uccello 50 e passa anni di economia raccontata dalla comicità. «La comicità è sempre una martellata all'anima: il suo mestiere è occuparsi della vita. E l'economia è un pezzo non trascurabile delle nostre vite», prosegue l'autore. «Si potrebbe addirittura scrivere una storia dell'economia italiana attraverso i comici», azzarda. «In particolare attraverso i comici di scuola milanese che certi “tipi” li hanno visti nascere, svilupparsi e morire. Anche se prima dobbiamo metterci d'accordo su che cos'è la scuola milanese della comicità».

Milano, scena delle scene

Addentrarsi in una disputa accademica è un attimo. «A me - continua Bozzo - piace parlare di scena, perché Milano dagli anni Settanta ha accolto da tutta Italia i migliori talenti e li ha imposti al Paese». Negli anni Settanta, per esempio, arrivarono a Milano sempre dalla Liguria un comico e il suo autore che ne avrebbero fatta di strada: Beppe Grillo e Antonio Ricci. E proprio Grillo, nella fase pre-politica, è stato uno dei primi a raccontare esplicitamente l'economia attraverso la comicità, nei suoi monologhi», sottolinea Bozzo. Genovese pure Enzo Braschi, il “cucador”, che assieme al bocconiano calabrese interpretato da Sergio Vastano al Drive-in inquadrò con puntualità i nuovi mostri della Milano anni Ottanta, divisa tra paninari e sedicenti yuppies.

La nascita di Zelig

Proprio negli anni Ottanta – correva il 1986 – un gruppo di amici, tra cui oltre allo stesso Bozzo anche Gino e Michele, decide di dare vita a Milano a un nuovo spazio per la comicità. Per il nome s'ispira al capolavoro di un certo Woody Allen, risalente a tre anni prima: Zelig. «Ci piaceva il concetto di camaleontismo che quel nome rappresentava, certo», ricostruisce Bozzo, «ma ancora di più, ragionando in termini squisitamente economici, il fatto che quella parola cominciava con la zeta: nei tamburini dei giornali dovevi essere o il primo o l'ultimo, per non passare inosservato. Noi scommettemmo sull'essere gli ultimi». La scommessa portò bene, perché su quel palcoscenico passa il meglio della comicità di quegli anni, dal Paolo Rossi di Chiamatemi Kowalski ai primi Aldo, Giovanni e Giacomo, solo per far qualche nome.

L'economia vista da Zelig

Su quella ribalta passano tante “visioni” dell'economia: «Se ci pensate – continua Bozzo – sono un saggio di economia i monologhi di Enrico Bertolino e i pezzi di Raul Cremona, sono economia i racconti cinici di vita vissuta di Maurizio Milani che, agli inizi, rischiava di essere frainteso dal pubblico meno intelligente che lo prendeva alla lettera». C'è poco da fare: «Certi comici sono così profondi che avrebbero bisogno del bugiardino».Tra le creature di Zelig spicca, per «attinenza economica», Diego Parassole con le gag del meccanico Pistolazzi che si lamenta del caro prezzi, «tra l'altro attualissimo. Per non dire dei monologhi di Giuseppe Giacobazzi sulle sue avventure al supermercato». Qualcuno, là fuori, al ruolo economico e finanziario del comico ci crede particolarmente: «Prendiamo il caso di Antonio Ornano che interpreta il grande motivatore, l'esperto in tecniche di vendita e comunicazione che rende le persone consapevoli delle loro potenzialità. La comicità è ricerca, dietro la comicità c'è cultura e questo è un aspetto che spesso tendiamo a trascurare».

L'economia vissuta dai comici

Abbiamo parlato dell'economia vista dai comici, ma com'è in questo particolare momento storico l'economia “vissuta” dai comici? «È sicuramente un momento più complicato rispetto a qualche anno fa», risponde Bozzo. «Fino a tutti gli anni Novanta c'era anche una fiorente attività editoriale legata ai comici. Si partì con le riviste, come Cuore, Tango, Comix, poi arrivarono i libri che finivano puntualmente in testa alle classifiche dei più venduti». Come non citare il caso editoriale di Anche le formiche nel loro piccolo..., curato da Gino e Michele, ma anche titoli come Quella vacca di Nonna Papera, raccolta dei monologhi di Claudio Bisio, protagonista da sempre a casa Zelig. «Quella stagione è passata, intorno al settore hanno cominciato a girare meno soldi e, come se non bastasse, ci si è messa la pandemia che per due anni o quasi ha chiuso i teatri. Fortuna che ora siamo veramente ripartiti». Le vie che portano alla ribalta oggi possono però essere molto diverse: basti pensare alle gag che affollano YouTube e i social, «alcune cose sono carine, altre funzionano meno», sottolinea Bozzo. «Ma tutto ciò che fa ridere o vorrebbe far ridere ci interessa: ecco perché in autunno lanceremo uno speciale Laboratorio Senza Rete rivolto ai comici del web che, in alcuni casi, non hanno neanche mai visto un pubblico in carne e ossa».

Fu proprio a uno di questi laboratori che, all'inizio degli anni Duemila, in quel di Bari i talent scout di Zelig intercettarono un ragazzo che non passava inosservato. «Ci piaceva tantissimo», ricorda Bozzo. «Gli proponemmo di salire a Milano per farsi vedere. Rispose: come faccio? Qui c'ho tutto un giro di matrimoni… Faceva il prezioso. Noi insistemmo: alla fine si arrese, venne come nostro ospite a Zelig. Salì su quel palco e, da allora, non ne è più sceso». Si chiamava Luca Pasquale Medici, in arte Checco Zalone. «Abbiamo lanciato tanti comici», ricorda Bozzo, «lanciammo anche lui. Che, più che un comico, è un genio».

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