Il reportage

Zeppelin, il colosso dei dirigibili che si è convertito all’elettrico

di Isabella Bufacchi

5' di lettura

Pannelli solari sul manto stradale per alimentare in corsa le automobili elettriche. Veicoli scomponibili con guida autonoma che trasportano passeggeri seduti su poltrone in comodi salotti. App che allertano pedoni e ciclisti contro il pericolo di venir investiti da un’auto che sta spuntando all’improvviso da dietro l’angolo. E ancora. Motori elettrici che sostituiscono quelli a benzina lasciando intatta la carrozzeria della vecchia auto. Sono questi, e tanti altri, i prototipi e le novità esposti in bella mostra nella hall dei quartieri generali a Friedrichshafen, di ZF, un gigante che nel 2017 ha messo a segno un fatturato record da 36,4 miliardi. Partendo da lì, da quella piccola cittadina sul Lago di Costanza.

Oltre un secolo di storia
ZF Friedrichshafen AG, azienda tedesca della componentistica nota per sterzi e freni, cambi e trasmissioni, dalle auto ai macchinari agricoli, dagli autobus ai camion, dalle navi agli elicotteri ha una storia lunga oltre 100 anni e un passato, a volte glorioso a volte meno, che ne modella ora il futuro. È dal 1915 che ZF, divenuto uno dei più grandi fornitori al mondo di componenti per l’industria automobilistica, precorrere i tempi. All’ingresso della sede principale a Friedrichshafen, esposto tra le innovazioni futuristiche che si proiettano in avanti, c’è anche quello che può sembrare un vecchio arnese arrugginito: è l’impianto di trasmissione ideato dal conte Graf Zeppelin che il 2 luglio1900 fece volteggiare il primo dirigibile “LZ 1”. Proprio lì, sulle sponde del Bodensee sul quale si affacciano Germania, Svizzera e Austria, «perché l’aeronave rigida Zeppelin aveva bisogno di un grosso bacino di acqua».

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ZF si chiamava alle sue origini Zahnradfabrik GmbH ed era già agli inizi del 1900 era specializzata nella meccanica delle trasmissioni, cambi, sterzi. Fu fondata nel 1915 tra le altre anche dalla Luftschiffbau Zeppelin GmbH, la società che costruiva dirigibili posseduta dal conte Zeppelin. Ora ZF sta per Zeppelin Foundation. Per quanto sia un colosso di standing globale e seconda al mondo nella componentistica per auto, l’azienda non è quotata in Borsa. È posseduta per il 93,08% dalla fondazione Zeppelin che appartiene alla città di Friedrichshafen. Solo una piccola quota è rimasta agli eredi della dinastia Zeppelin.

La tentazione della Borsa
La parola “IPO” viene menzionata a bassa voce nei corridoi di ZF, sembra sia un tabù per i suoi azionisti. Il dibattito su come far crescere ZF, dall’M&A fino eventualmente alla quotazione in Borsa, ha reso inconciliabili le posizioni tra l’ex-ceo Stefan Sommer e la fondazione, tanto che il numero 1 si è dimesso bruscamente agli inizi dello scorso dicembre: dopo comunque aver portato a termine con successo l’acquisizione dell’americana TRW automotive per 12,4 miliardi di dollari. La Fondazione, stando ai commenti degli esperti del settore, preferisce abbattere il debito e alzare i dividendi.

Nel 2017 ZF Friedrichshafen ha tuttavia investito in R&S il 6,1% del suo fatturato, pari a 2,23 miliardi di euro contro i 1,948 miliardi del 2016 (+15%). Non è poco ma la stampa tedesca non è convinta che basterà un investimento in Ricerca e Sviluppo nel 2018 “solo” del 6,5% del fatturato quando altri concorrenti - per esempio la rivale Bosch o la BMW- viaggiano al 10 per cento. Nel settore automobilistico, l’innovazione è sinonimo di sopravvivenza: la Fondazione terrà la cinghia stretta? Il nuovo amministratore delegato di ZF Wolf-Henning Scheider, insediato alla guida del gigante da soli 35 giorni, rassicura la stampa tedesca che tanto teme di diventare meno competitiva nel mondo della globalizzazione. I vertici di ZF hanno ampi margini di manovra, afferma l’ad, «abbiamo indipendenza nelle scelte strategiche», dice. L’M&A resta uno strumento per andare a caccia di know-how e di ingegneri-inventori. Un investimento su tutti: per vincere la più grande sfida, quella delle auto con guida autonoma, ZF non baderà a spese. L’incidente mortale che ha coinvolto Uber (la ciclista deceduta a Temple, Arizona, dopo essere stata investita da un’automobile in modalità autonoma ma con conducente in carne ed ossa presente) «era inevitabile, prima o poi sarebbe accaduto», dicono in ZF. «Il 90% degli incidenti sono causati dal guidatore», spiega Wolf-Henning Scheider e promette «il nostro obiettivo è di ridurre quella percentuale con la guida autonoma».

L’anno dei record
ZF ha chiuso un’annata record, la forza lavoro è salita a 146mila dipendenti (di cui 200 in Italia con una presenza di lunga data che «continua a dare soddisfazione alla casamadre»), una presenza in 40 Paesi con 230 stabilimenti tra officine, laboratori, uffici. Ma l’aria che tira a Friedrichshafen non è quella di chi dorme sugli allori, quello che la Germania non può permettersi di fare come ripete spesso Angela Merkel.

Wolf-Henning Scheider ammonisce: «abbiamo delle grandi sfide davanti a noi nei prossimi anni, ma siamo pronti, renderemo elettrico tutto ciò che si muove. Fedeli al nostro motto See-Think-Act». Il Conte Zeppelin la pensava così, quando costruiva caparbio i primi dirigibili, contro lo scetticismo generale.

Il futuro è dunque il presente in ZF. Uno dei suoi prodotti innovativi esposti in sede ha il marchio dell’intelligenza artificiale: «sound AI» consente all’automobile di ascoltare i rumori in strada per captare un pericolo e avvertire il conducente stordito dall’impianto stereo a quattro subwoofers. La sicurezza è dichiaratamente uno dei primari obiettivi della casa. Le risorse per investire in intelligenza artificiale non mancano ma ZF deve anche fare i conti con l’avversione al debito, tipicamente tedesca e del la Fondazione principale azionista. Nel corso del 2017 il debito lordo del colosso è stato ridotto di 1,9 miliardi. Una strategia che ha portato i suoi frutti:nei giorni scorsi S&P’s ha promosso ZF dalla categoria speculativa junk bond a quella d’investimento portando il rating dalla BB+ alla BBB-. L’azienda e il management devono però fare i conti anche con il suo passato, che si fonde con il presente e determina il futuro.

Friedrichshafen, con i suoi 60mila abitanti, è orgogliosa di essere una rarità in Germania perché non è una città senza debito: la sua Fondazione Zeppelin, come azionista al 93% di ZF, ha una fonte sicura dalla quale attingere le risorse finanziarie. Ora. Ma non è andata sempre così: ci sono stati anche periodi bui. Il Museo Zeppelin, una delle attrattività turistiche dell’anonima cittadina, ricostruisce la parabola dei dirigibili Zeppelin che scrissero un capitolo del la storia dell’aviazione con voli transoceanici che collegavano l’Europa agli Usa in alternativa alle navi.

Le aeronavi rigide Zeppelin diventarono inevitabilmente uno strumento di propaganda del Terzo Reich. Poi il tragico incidente nel 1937 dell’Hindenburg, che era il più grande di tutti i dirigibili mai costruiti fino allora dal conte Zeppelin, ne segnò la fine. Vi furono una trentina di voli transoceanici tra il 1938 e il 1939 ma le tensioni tra Germania e Stati Uniti salirono al punto che nel 1940 i voli vennero sospesi. L’avanzatissimo know how di ZF nelle trasmissioni fu riversato sui carri armati dell’esercito nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Iniziarono i bombardamenti sulle romantiche sponde del Lago di Costanza ma la fabbrica continuò a produrre, nei sotterranei e con lavori forzati. I bombardamenti continuarono e distrussero . Una targa esposta nel Museo Zeppelin spiega in poche parole: «Per evitare che la fabbrica venisse smantellata dagli alleati, il management di ZF collabora con i francesi che occupano Friedrichshafen. L’azienda viene data in gestione a una fondazione di proprietà di Friedrichshafen. Ed è così dal 1950». ZF, come tutta la Germania, va avanti: non dimentica il suo passato ma anzi lo ricorda e non si permette di dimenticarlo e da lì riparte per costruire un futuro migliore.

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