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Zerocalcare tra Netflix e la mostra di Milano: «L’armadillo? Mi consiglia di scappare»

Il fumettista da oltre un milione di libri venduti si racconta: «Il successo è una nota di demerito. La serialità mi piace, ma due titoli su tre deludono»

di Francesco Prisco

Zerocalcare sul nuovo libro "No sleep till Shengal"

6' di lettura

Su una parete c’è appeso il Jolly Roger, la bandiera dei pirati con teschio e tibie incrociate, fatta propria da alcuni movimenti libertari di inizio Novecento. Su un’altra la locandina di This is England, film sull’Inghilterra ai tempi degli skinhead. In casa sua ci siamo già stati: ci entriamo tutte le volte che apriamo un suo libro e, quella vera, non è molto diversa da quella che disegna lui. Casa sua continua a essere Rebibbia, nonostante 14 libri pubblicati e il traguardo del milione di copie abbondantemente superato. Zerocalcare – al secolo Michele Rech, 39 anni – è il fenomeno editoriale italiano degli ultimi dieci anni, un autore tradotto in ben 16 Paesi. E il bello è che non si tratta di un autore di narrativa nel senso tradizionale del termine: non scrive romanzi in prosa ma graphic novel, romanzi a fumetti.

Ha una coscienza civile e in un certo senso pure una coscienza «incivile» che, nelle sue storie, assume le sembianze di un armadillo dallo spiccato accento romanesco, personaggio surreale ma non troppo che soprattutto non gliele manda a dire. La profezia dell’armadillo (2011), il libro che l’ha lanciato, è diventato un film (2018), poi è arrivato il successo internazionale della serie Netflix Strappare lungo i bordi (2021) cui a breve farà seguito Questo mondo non mi renderà cattivo che «non è la stagione 2», ci tiene a precisare lui. Pubblica per la casa editrice milanese Bao Publishing, contribuendo per circa il 65% al fatturato annuo da 5,7 milioni.

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Cosa pensa Zerocalcare del «Botto»

A Milano, dal 17 dicembre al 23 aprile, la Fabbrica del Vapore ospiterà Dopo il botto, personale di Zerocalcare con oltre 500 tavole originali che fa seguito al successo della mostra al Maxxi di Roma nel 2018. C’è chi lo considera l’ultimo intellettuale italiano ma lui, nel felpone grigio, alza le spalle e sorride: il successo, il cosiddetto “botto”, «nell’ambiente da cui provengo, è una nota di demerito», sottolinea. «Dopo tutto quello che mi è capitato, riesco a restare lo stesso di sempre grazie agli amici. Quelli di una vita, il giro del punk romano, gente che non legge i giornali, che non sa o non vuole saperne niente di quello che faccio. Pensa che il Secco, quello vero, quando si è rivisto nella serie di Netflix, mi ha detto solo due cose: sei un venduto e mi hai venduto».

Da grande appassionato del mondo Marvel, resta fedele agli insegnamenti di Ben Parker, lo zio di Spiderman: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. «Sento grandi responsabilità nei confronti di chi mi sceglie, chi compra i miei libri. Loro investono su quello che faccio, io mi sento in dovere di restituire qualcosa di tutta questa gigantesca cosa che mi è successa. Non sono uno che cavalca i filoni: dopo Strappare lungo i bordi, ho fatto un fumetto su Ugo Russo, il 15enne napoletano morto durante un tentativo di rapina, poi il libro sugli ezidi in Iraq, non esattamente quello che ci si sarebbe aspettati da me». Di sicuro non sente responsabilità nei confronti dell’editoria: «Quello è un discorso che non mi interessa».

Ai fan italiani di Zerocalcare è facile dare un volto. Che volto hanno i fan stranieri? «Quando faccio presentazioni all’estero», risponde, «alzano la mano per parlare soprattutto gli italiani che vivono lì. Però posso dire che mi scrive molta gente dalla Spagna e dal Brasile. Di sicuro non coglieranno quel mood romano che diverte i lettori italiani, colgono altre cose... È per lo più gente che sta impicciata, che magari attraversa una fase particolare della propria vita e magari si riconosce nelle mie storie altrettanto impicciate».

Netflix, ovvero: l’occhio di Sauron

Cittadino del mondo per costituzione (sua madre, altrimenti nota come Lady Cocca, è francese), Zerocalcare deve in gran parte la sua esplosione internazionale al successo della serie Netflix. Lui, nelle sue stories di Instagram, la piattaforma di streaming la rappresenta come l’occhio di Sauron nel Signore degli anelli, un’entità astratta che è la personificazione del male assoluto «però, se devo essere sincero, nel lavorare alla serie non mi hanno rotto su niente. Ho fatto loro parecchie proposte apparentemente suicide sul format e le hanno sempre accettate. Avevo proposto praticamente lo stesso progetto pure a Rai e Sky e ricordo che mettevano molti più paletti, perché lì hanno esigenze di palinsesto che Netflix non ha. Quelli di Netflix stanno molto attenti solo a che non ci siano personaggi che pronunciano frasi razziste o sessiste. Nelle mie storie ci saranno sicuramente parolacce, ma situazioni di quel tipo proprio no. Per quel poco di esperienza che mi sono fatto, posso dire che oggi, per chi produce contenuti, il grande problema è diventato cosa far dire ai personaggi razzisti».

Tra gli ezidi di Shengal

Con l’ultimo libro, No sleep till Shengal (tiratura da 234mila copie), torna al reportage sotto forma di graphic novel, raccontando il suo viaggio in Iraq presso la locale comunità ezida, minacciata dalle tensioni internazionali e protetta dalle milizie curde. Un graphic novel “civile”, come lo era stato Kobane calling: «Il fumetto», spiega, «ha il vantaggio di non essere fedele al 100% alla realtà, ma di essere fedele a quello che penso io. E questo aggiunge un livello di empatia con chi legge». Un graphic novel sulla guerra in Ucraina a firma di Zerocalcare lo vedremo mai? «Direi di no. Non m’interessa la guerra in sé. Quando racconto il Kurdistan o Shengal, il discorso è un altro: mi interessa raccontare la società che stanno provando a costruire lì».

Autore vs. personaggio

Zerocalcare, nelle sue storie, parla sempre in prima persona. Quanto al rapporto tra Zerocalcare “autore” e Zerocalcare “personaggio”, «spesso quest’ultimo lo faccio più ingenuo di quanto io non sia nella vita reale: nel fumetto, per esempio, mi faccio raccontare dai curdi cose che, in quanto autore, so già. È un espediente narrativo che serve a chiarire al lettore concetti che magari per lui non sono così scontati». Poi sta andando a finire che «lo Zerocalcare vero, nella vita reale, imita il personaggio. Serve a rendere più interessanti le storie che racconterò domani: la mia vita, di suo, sarebbe troppo noiosa».

Difficile dargli ragione, su quest’ultimo punto. Perché, nella vita di Zerocalcare, c’è tutto un mondo dentro ed è fatto della stessa materia di cui è fatto l’immaginario della Generazione Y. Perché Zerocalcare è un vorace consumatore (e riutilizzatore) di cultura pop, a cominciare dal fumetto: «Leggo tutte le uscite Marvel, non sempre eccezionali ma alcune molto belle. Sto seguendo per esempio con attenzione Daredevil e il Punitore». Sul comodino ha Ufo 78, l’ultimo libro dei Wu Ming («Mi sta piacendo. Per il resto, leggo soprattutto noir, autori come Winslow e Lansdale»).

Il punk e le serie tv

Sul fronte musicale sa di essere «orgogliosamente di nicchia»: è in fissa col punk di Bull Brigade e Nabat («Ascolto band che fanno dischi da 500 copie, col mainstream sono rimasto al 2001»), ma non disdegna l’epoca della riproducibilità su piattaforma di streaming. «Mi piace la serialità, guardo tutto quello che è legato a Marvel e a Star Wars, per esempio. Anche se due uscite su tre mi deludono. Parlando delle ultime cose che ho visto, mi sono piaciute Andor, uno dei migliori derivati di Star Wars dai tempi della prima trilogia, se non consideriamo la settima puntata, Derry Girls e pure House of the Dragon, direi. Curioso che Andor sia arrivato dopo Obi-Wan Kenobi che, al contrario, era robaccia, ma con le piattaforme di streaming funziona così».

Mica male il cinema italiano

Il cinema preferisce guardarlo in sala («Anche se ci vado poco, ultimamente, per impegni vari: l’ultima volta ci ho visto Wakanda Forever»). Nessuna pregiudiziale sulla provenienza degli autori: «Mi piace pure il cinema italiano. Per dire: in cucina tengo appesa la locandina de Le meraviglie di Alice Rohrwacher, un film che ho amato molto. Apprezzo meno la commedia che facciamo oggi, forse perché pesa il confronto con gli anni d’oro della commedia all’italiana, chi lo sa. Mi piace Nanni Moretti fino ad Habemus Papam. Mi piace Paolo Sorrentino e, per quanto riguarda la serialità, m’è piaciuto pure Boris 4. Non proprio ai livelli della serie originale, ma direi bene... La serialità è una grande opportunità, gli universi narrativi che si espandono hanno il loro fascino, il guaio è che tutto questo spesso si traduce nel raschiare il fondo del barile. Vale un po’ per tutte le piattaforme».

Cosa dice l’armadillo

La nostra chiacchierata arriva alla fine: su che cosa l’armadillo – sempre inteso come coscienza – sta stressando il Signor Calcare in questa particolarissima fase della sua esistenza? L’autore, proprio come farebbe il personaggio, tira un respiro forte e guarda in cielo, poi risponde: «Mi dice che dovrei scappare da tutti questi accolli che mi prendo solo per senso di colpa, perché sto facendo troppe cose e, di questo passo, non riesco a far niente bene. I libri, la nuova serie su Netflix, la mostra a Milano... Lui dice che questa è la ricetta perfetta per deludere tutti». Anche quando gli parla nella vita reale l’armadillo ha la voce di Valerio Mastandrea? «No, però diciamo che gli somiglia molto». Mica male averci una coscienza così.

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