dopo il caso aquarius

Zuccaro, il procuratore catanese che fa la guerra alle Ong

di Nino Amadore


Sequestro nave Aquarius, Msf: accuse strumentali e sproporzionate

3' di lettura

Qualcuno lo chiama “lo sceriffo”, altri invece si soffermano a parlarne come di un enfant prodige del diritto e della giustizia. Sta di fatto che Carmelo Zuccaro, il capo della procura di Catania che conduce l’inchiesta che ha portato, tra le altre cose, al sequestro della nave Aquarius di Msf, è ormai considerato la bestia nera delle Organizzazioni non governative impegnate nel salvataggio dei migranti nel Mediterraneo.

Un uomo che, dice Enrico Mentana, «rischia di incriminare se stesso».  E passi che questo possa essere il punto di vista del direttorissimo ma resta certamente il dato di fatto di inchieste, quelle sulle Ong, che finora non hanno avuto molta fortuna. Si veda, per esempio, la vicenda Open Arms fermata dopo uno sbarco a Pozzallo: il sequestro della nave è stato annullato dal Tribunale del riesame e restituita alla Ong spagnola Proactiva.

Una carriera che inizia dalla Gdf
Zuccaro, a capo della procura Etnea da giugno 2016, appartenente alla corrente di Unicost, è stato braccio destro di Giovanni Salvi (Magistratura democratica), e ha avuto la meglio al Csm su Carmelo Petralia (16 voti contro i sette dell’altro candidato). Entrato giovanissimo come ufficiale di complemento nella Guardia di finanza, a 25 anni vince il concorso ed entra in magistratura. Comincia la carriera a Caltanissetta, poi pretore a Paternò fino al 1989, anno in cui si trasferisce alla procura di Catania e qui nel 1991 gli viene affidato il coordinamento del gruppo della Direzione Distrettuale Antimafia. Nel 1996 (negli anni dei processi sulla strage di Capaci e su via D'Amelio Ter) torna a Caltanissetta dove presiede la Corte D'Assise. Dal 2001 guida la Procura di Nicosia, e nel 2009 diventa procuratore aggiunto a Catania: è lui insieme al suo capo di allora Patanè ad avocare l’inchiesta sull’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo: l’altro aggiunto Giuseppe Gennaro e altri tre magistrati ne avevano chiesto l’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, Zuccaro e Patané arrivano a chiedere l’archiviazione che il gip respinge. Lombardo viene poi processato: condannato in primo grado, assolto in appello ma Zuccaro (questa volta da procuratore) presenta ricorso.

Procuratore stakanovista
Il capo della procura catanese ha fama di essere uno stakanovista (lo si può trovare in ufficio anche alle dieci di sera) e dal 2016 si dedica alacremente alle inchieste sui migranti tanto da essersi guadagnato la stima del ministro dell’Interno Matteo Salvini . È stato Zuccaro a denunciare pubblicamente i presunti contatti tra Ong e trafficanti di uomini tranne poi ammettere che prove no “Non ne abbiamo. Non ne abbiamo ancora: abbiamo delle conoscenze”. Ma quelle accuse, che hanno provocato un grandissimo polverone, sono poi finite nel nulla.

L’archiviazione dell’indagine su Salvini
Proprio all’inizio di questo mese il procuratore etneo mette la firma sulla richiesta di archiviazione dell’indagine a carico del ministro Salvini per la vicenda del cosiddetto sequestro della nave Diciotti, tenuta ferma per cinque giorni nel porto di Catania secondo qualche malalingua ritenuto un porto più che sicuro: un’indagine partita da Agrigento, approdata a Palermo e infine a Catania dove è stata chiusa.  Redatta la richiesta di archiviazione Zuccaro ha scritto il 29 ottobre una lettera al vicepremier che l’ha poi letta in diretta Facebook (ovviamente): «Ho formulato richiesta motivata di archiviazione» si legge nella missiva ricevuta dal vicepremier.

Per la Procura di Catania, il ritardo dello sbarco dalla nave Diciotti è «giustificato dalla scelta politica, non sindacabile dal giudice penale per la separazione dei poteri, di chiedere in sede Europea la distribuzione dei migranti (e il 24 agosto si è riunita la Commissione europea) in un caso in cui secondo la convenzione Sar sarebbe toccato a Malta indicare il porto sicuro». Caso chiuso, polemica ovviamente aperta. Perché il magistrato che rivendica di volersi muovere con passo felpato, che fa un punto d’onore quello di parlare poco con i giornalisti, ha dalla sua il risultato di aver sollevato e continuare a sollevare tanto clamore. Lo stesso clamore provocato dal sequestro del patrimonio dell’editore catanese Mario Ciancio: un totale di 31 società compreso il quotidiano La Sicilia per un valore di 150 milioni.

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