INCHIESTA
8 ottobre 2003
Crack aziendali, revisori sotto accusa

Un caso eclatante riguarda Giacomelli sport, catena commerciale quotata in Borsa con 170 punti vendita. I bilanci sono stati regolarmente sottoscritti dai revisori. Eppure dalle verifiche seguite al crack della società il magazzino risulta sopravvalutato di oltre 100 milioni di euro. Ben più pesante è quello della Cirio, con scambi consistenti tra società del gruppo per circa 500 milioni di euro. Operazioni del genere sono, quasi per definizione, sospette. E il regista era Sergio Cragnotti, che il banchiere Enrico Cuccia aveva soprannominato «fattucchiera» per i funambolismi finanziari. Nonostante ciò la società di revisione non ha avuto nulla, o quasi, da eccepire. Un terzo caso riguarda Freedomland, che aveva come punto di forza il portafoglio formato da 60 mila clienti. Un numero così elevato da non passare inosservato. Soprattutto dopo che un controllo a campione aveva dato esito negativo, rivelando che parte dei clienti verificati era inesistente. Ma alla fine anche per Freedomland l'ok del revisore è arrivato puntuale.
Protagonisti delle tre vicende, sul fronte della revisione, sono partner della stessa società, la Deloitte che, peraltro, difende con tenacia il lavoro svolto, senza alcuna ammissione di colpa. Un coinvolgimento ancora più paradossale perchè proprio professionisti della Deloitte hanno lavorato come consulenti della Procura di Milano in un buon numero di indagini, a partire dai processi seguiti al crollo della Ferruzzi. «Riteniamo che il nostro lavoro sia inattaccabile e le responsabilità sono tutte da verificare», sostiene Eugenio Colucci, partner di Deloitte Touche. Le indagini in corso accerteranno eventuali responsabilità penali e, almeno per quanto riguarda Freedomland, si avviano a scagionare Deloitte perchè manca la prova di dolo specifico, richiesta dalla nuova normativa. Di sicuro, nell'attesa del verdetto dei magistrati, i riflettori sono di nuovo accesi sul mondo della revisione e le accuse alla professione hanno ripreso slancio.
Con la crisi bilanci ko. Le polemiche attuali coincidono con l'incalzare della crisi economica, che sta mettendo a dura prova la tenuta di molte imprese, anche di grande notorietà. «Con le crisi aziendali il giocattolo si rompe», dice Colucci. Su posizioni analoghe è Maurizio Bianchi, partner della Grant Thorntorn: «Un anno come il 2003 è da dimenticare. Le aziende sono in difficoltà e cercano il modo per uscirne. Così a volte puntano su operazioni discutibili, con la necessità per i revisori di fare argine anche se i loro interventi risultano poco graditi ai clienti». Anche l'ex presidente della Consob, Luigi Spaventa, nel corso dell'ultimo incontro annuale con il mercato finanziario, tenuto il 6 maggio scorso, ha preso atto che «la fine dell'euforia degli anni Novanta fa emergere incertezze sulla possibilità di continuità aziendale e situazioni di sofferenza patrimoniale evidente». Poi ha aggiunto: «Le società di revisione che rifiutano la certificazione o esprimono pesanti riserve fanno il loro dovere: l'autonomia e l'indipendenza del lavoro svolto non devono essere condizionate dalle proteste dei soggetti interessati». Secco il commento di Adolfo Mamoli, presidente dell'Assirevi, l'associazione dei revisori: «E' il riconoscimento più autorevole», sostiene, «che i revisori lavorano con cura anche se parte delle società non perde occasione per lamentarsene».
L'alternativa alla bocciatura del bilancio è rappresentata dal ricorso più frequente all'approvazione con riserva. Tanto che la black list delle società ne ha viste coinvolte una quindicina: dalla Arquati alla Chl, da Gandalf alla Finpart, fino a Necchi, Olcese, Opengate, Snai, Lazio calcio, Stayer, Tecnodiffusione. «Negli ultimi tempi i revisori hanno dimostrato un po' più di coraggio», commenta Luigi Bianchi, avvocato dello studio Bonelli Erede Pappalardo (nonché, come tiene a precisare, consulente dell'Assirevi). E continua: «Non c'è dubbio, in passato sono stati un po' troppo accondiscendenti, ma si fa in fretta a gettare la croce addosso ai revisori che, secondo il desiderio di un buon numero d'imprenditori, anche alla guida di aziende importanti, dovrebbero essere ancora più accomodanti».
Il nodo dell'indipendenza. L'autonomia di giudizio richiede indipendenza, che per i revisori non è facile né scontata per almeno un paio di peccati originali: il controllato paga il controllore e, in buona parte dei casi, paga anche società dello stesso network, o collegate, che forniscono attività di consulenza. «Il problema derivante dal fatto che ogni società controllata si sceglie il suo controllore esiste», conferma Gustavo Minervini, professore emerito di Diritto commerciale all'università La Sapienza di Roma, che però aggiunge: «Il contrappeso c'è: la Consob, garante dei controlli sui revisori a due livelli. In prima battuta quando approva l'assegnazione degli incarichi e, successivamente, quando vigila sulle prestazioni professionali».
Nonostante ciò la tentazione di procedere a revisioni di comodo per venire incontro alle esigenze del committente pagatore degli onorari resta un dato di fatto. Anche perché, come spiega Luigi Bianchi (studio Bonelli Erede Pappalardo), «il mercato è piccolo e perdere clienti non fa piacere a nessuno». Per questo c'è chi ritiene indispensabile una svolta, suggerendo le proposte più svariate: dalla creazione di un fondo per tutte le società quotate da cui attingere gli onorari delle società di revisione all'assegnazione degli incarichi a rotazione oppure su decisione della Consob.
Ma il secondo peccato originale è ancora più grave. E' vero che in Italia, ancora prima dello scandalo Enron, la Consob ha raccomandato la separazione della consulenza dalla revisione. Ma è altrettanto vero che società collegate ai revisori continuano a lavorare per gli stessi clienti fornendo servizi diversificati. La normativa europea, del resto, lo consente, sia pure a certe condizioni. «Almeno in alcuni casi la tentazione continua ad essere quella di utilizzare la revisione come grimaldello per entrare nelle imprese», ammette Maurizio Bianchi (Grant Thornton), «anche se l'escamotage è di tenere separati i revisori dalle società di consulenza».
Taglio netto tra revisione e consulenza. Sull'opportunità di separare completamente revisione e consulenza le posizioni risultano diversificate. «Troppe limitazioni sono un ostacolo alla fornitura di servizi professionali qualitativamente elevati», sostiene Mario Boella, partner di Kpmg Italia. «La soluzione migliore è valutare caso per caso verificando quando l'indipendenza del revisore viene messa a rischio dall'offerta di altri servizi. E' possibile farlo, per esempio, seguendo i criteri espressi dalla recente raccomandazione dell'Unione europea. Indubbiamente non è un esercizio facile, ma neppure del tutto discrezionale. L'alternativa è il divieto assoluto di superare i confini della revisione, ma è un errore perchè significa vietare ai revisori di mettere a frutto la loro professionalità e la conoscenza elevata che hanno delle azidende clienti per aiutarle a migliorare l'organizzazione contabile, fiscale, societaria. Non solo. Per fare bene il mestiere non è possibile essere soltanto revisori ma occorrono contributi in materia di organizzazione, consulenza, diritto».
Resta il fatto che sul mercato il vento soffia in direzione opposta. Spiega Bruno Gimpel, presidente onorario della Reconta Ernst Young, grande vecchio della revisione e primo certificatore dei bilanci della Mediobanca di Cuccia: «Spesso sono i clienti stessi che preferiscono dare incarichi a società di consulenza del tutto separate da quelle di revisione per evitare non soltanto i conflitti d'interesse, ma anche il sospetto che ce ne possano essere». E Alberto Giussani, partner della Pricewaterhouse Coopers, conferma: «Già oggi alcune società di revisione sono completamente indipendenti da quelle di consulenza anche se utilizzano competenze tecniche analoghe e aderiscono allo stesso network internazionale. Ma sono in corso valutazioni sull'opportunità di staccarsi completamente prendendo atto che la percezione del mercato è cambiata. I collegamenti tra mestieri diversi sono visti meno di buon occhio, a partire dalla percezione che hanno gli amministratori delle società».
Guerra dei prezzi. L'ultima parola sulla professione del revisore verrà dal regolamento sui requisiti d'indipendenza della professione che deve approvare il ministero di Giustizia. «E' atteso da cinque anni», è scritto a pagina 6 della relazione tenuta nel maggio scorso da Spaventa come ex presidente della Consob in occasione dell'ultimo incontro annuale con il mercato. Un punto d'importanza rilevante sarà come porre rimedio ad un altro fenomeno: la guerra delle tariffe. La raffica di sconti ha ridotto in misura sensibile gli onorari dei revisori ma, almeno in parte dei casi, è stata resa possibile dalla diminuzione del tempo dedicato alla revisione dei bilanci e dall'impiego di junior, decisamente meno costosi dei partner esperti. «Il risultato della corsa al ribasso è che le responsabilità sono aumentate, mentre la redditività è diminuita», commenta Maurizio Bianchi (Grant Thornton), che tira le conclusioni: «Abbiamo difficoltà evidenti nel reclutamento di giovani. In passato la professione era ambita. Ora non è più così».

Stampa l'articolo Chiudi la finestra