16 settembre 2006
Un gesto e un'accusa al Governo
di Orazio Carabini

Con le dimissioni di Marco Tronchetti Provera dal vertice di Telecom Italia la crisi nei rapporti tra Governo e mondo dell'impresa e della finanza ha raggiunto probabilmente il suo picco. Il fatto che il leader di uno dei maggiori gruppi del Paese sia "costretto" a dimettersi in seguito a una dura polemica con il presidente del Consiglio è uno schiaffo alla credibilità internazionale dell'Italia e a quel clima di fiducia interno che proprio Romano Prodi vuole ricostituire.
«C'è un limite invalicabile oltre il quale le persone per bene non possono accettare di spingersi», ha confidato Tronchetti Provera al termine del consiglio di amministrazione di ieri, «e io dovevo difendere l'azienda». «Che forza contrattuale ho adesso? Come mi presento ai miei interlocutori dopo queste diatribe?», ha risposto ai consiglieri che volevano capire il perché di un gesto così devastante. Poi ha scritto una lettera al ministro Tommaso Padoa-Schioppa, al sottosegretario Enrico Letta e al Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, scegliendo gli interlocutori in modo non casuale.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo attendibili ricostruzioni, sono alcune dichiarazioni rese da Prodi in Cina e gli insistenti rumors di possibili provvedimenti della magistratura. Ma già la sequenza dei fatti degli ultimi giorni, con la paurosa escalation delle polemiche tra Prodi e Tronchetti Provera, dà l'idea dello stato di tensione raggiunto: la presentazione del piano di riassetto, l'irritazione di Prodi che sosteneva di non essere stato informato, la reazione di Tronchetti, la divulgazione del documento consegnato da Angelo Rovati, consigliere di Palazzo Chigi, al capo di Telecom Italia, il comunicato della presidenza del Consiglio che ricostruiva i due colloqui tra Prodi e Tronchetti nei minimi dettagli, svelando anche particolari riservati in grado di compromettere trattative in corso (dal Brasile a Time Warner).

Tronchetti Provera ha deciso di separare il suo futuro da quello del gruppo di cui peraltro rimane l'azionista di riferimento. In questo senso ha dato un contributo fattivo all'avvio di una ripresa del dialogo tra il Governo e i dirigenti di Telecom. Al suo posto siederà Guido Rossi con il quale Tronchetti Provera ha riallacciato i rapporti da poco tempo affidandogli una sorta di indagine su possibili irregolarità verificatesi ai tempi in cui concluse l'acquisto di Telecom da Roberto Colaninno e da Chicco Gnutti. Per anni, prima, i contatti si erano interrotti. A riannodare i fili sarebbe stato il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi.
Rossi è una tripla garanzia. Conosce l'azienda perché ne è stato il presidente ai tempi della privatizzazione. È ben voluto dal centro-sinistra: non solo è stato parlamentare della sinistra indipendente ma il mondo che frequenta è decisamente orientato su quel versante del fronte politico. Infine sa come comportarsi con le procure, soprattutto quella di Milano, dove sono aperti numerosi fascicoli a carico di uomini di Telecom Italia. In particolare per le vicende relative alle intercettazioni telefoniche guidate dall'ex responsabile della sicurezza Giuliano Tavaroli.

Ora però tocca al Governo fare la sua parte perché è in gioco, occorre ripeterlo, la credibilità dell'Italia. Come apriranno i mercati lunedì dopo questo sconquasso? Ci sono due giorni di tempo per mandare un segnale preciso. Ma il Governo è lacerato. C'è l'irritazione di ampi settori della Margherita e dei Ds (Massimo D'Alema in particolare) per come Prodi ha gestito la vicenda. Ci sono le farneticazioni della sinistra massimalista che parla di ripubblicizzazione della società. E poi ci sono i torbidi accenni di Antonio Di Pietro alle «responsabilitàoggettive in vicende poco limpide» che aiuteranno il centro-destra a risollevare il problema delle connessioni tra magistrati e centro-sinistra.
In questo guazzabuglio qualcuno dovrebbe trovare il coraggio di riprendere le fila del discorso da dove era stato interrotto. E cioè da un piano di riassetto di Telecom Italia poco convincente, che ha creato grande sconcerto persino all'interno della società. Il Governo, a sua volta, può giudicarlo inadeguato perché indebolirebbe la struttura industriale del Paese (cessione all'estero di Tim e smembramento del gruppo Telecom Italia) o perché richiederebbe un intervento pubblico (dismissione della rete fissa). Ma la società ha il diritto di realizzare quel piano finché non si dimostra che contrasta con l'interesse nazionale.
Il tempo del muro contro muro è scaduto: i cinque giorni da lunedì a venerdì sono da dimenticare. Adesso è tempo di mettere da parte i personalismi e i rancori per guardare al futuro del gruppo Telecom Italia e, con esso, a quelli del Paese.

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