DOSSIER NAUTICA
La moda nautica sbarca in città,
protagonista dello sportswear

Da qualche anno l’abbigliamento nautico non viene utilizzato solo in barca, ma è diventato un vero e proprio fenomeno di moda. I capi prodotti dalle aziende del settore vengono acquistati da chi non è mai andato per mare ma subisce comunque il fascino di questo mondo. Così, marchi un tempo conosciuti solo tra "i lupi di mare" oggi sono diventati un punto di riferimento del più vasto settore dello sportswear. Accanto al tradizionale e ristretto mercato dei capi tecnici, creati per un utilizzo specifico in mare aperto, sono nate numerose collezioni ad alto contenuto tecnologico ma adatte alla vita di tutti i giorni. Così quello che era il core business di molte aziende oggi, in termini di fatturato, rappresenta solo una minima parte, pur rimanendo un elemento importante per ottenere successo.
Le principali aziende del settore continuano la sperimentazione, la ricerca e l’attività nel settore sportivo (spesso come sponsor tecnici di team importanti), dove investono, ottengono riconoscimenti, guadagnano prestigio e credibilità, ma allo stesso tempo utilizzano il proprio know-how per la creazione e la vendita di collezioni meno specializzate che incontrano un successo sempre maggiore di pubblico e generano la maggior parte del fatturato. A questo proposito si tenga presente che Slam, ha chiuso il 2002 con un fatturato di 14,1 milioni di euro (+16% sull’anno precedente), ma la quota dell’abbigliamento tecnico non va oltre il 20 per cento. Tuttavia, come conferma Carla Gardino Prato, presidente dell’azienda, «la linea tecnica è essenziale perché è da essa che si attinge per realizzare le altre collezioni» e non a caso l’azienda genovese ha appena rinnovato il contratto di sponsorizzazione triennale con la Federazione italiana vela.
Il legame tra competizioni, ricerca e linee casual è ribadito anche da Valentino Scalco titolare della Philteen Trading licenziataria del marchio Harken Sailing Wear: «Oggi occorre offrire un marchio conosciuto ma anche contenuti tecnici validi, perché la clientela è sempre più competente e in grado di valutare particolari che fanno la differenza. Anche se poi i capi acquistati vengono utilizzati più a terra che in mare». Già, perché «il settore nautico vive un momento molto positivo e la vela non è più solo uno sport ma uno stile di vita». Per quanto riguarda Harken, i negozi presenti in Italia sono passati da 46 a 220 negli ultimi quattro anni e secondo Scalco questo momento felice durerà almeno per altri cinque anni.
Nel recente passato anche Murphy&Nye ha messo a segno tassi di crescita importanti, ma oggi in alcuni mercati il ritmo è un po’ rallentato. «In Germania l’anno scorso siamo cresciuti del 60% e prevediamo una crescita ulteriore quest’anno: qui avviene ora quello che in Italia è già successo (la vela, fenomeno di costume) — afferma Franco Cardarelli, direttore generale commerciale — e per lo stesso motivo siamo in crescita in Spagna e Grecia». In compenso altri mercati come quello italiano e quelli del Nord Europa, la crescita è un po’ rallentata. Anche Murphy&Nye comunque basa il proprio successo sullo stretto legame tra impegno nel settore più tecnico e presenza sui mercati sportswear. «Forse sperimentiamo fin troppo — aggiunge Cardarelli con una battuta — perché prendiamo rischi produttivi elevati, tuttavia il grado di lavorazione sui materiali oggi raggiunto ci mette al riparo dalla concorrenza e dai tentativi di imitazione».
A fianco di marchi ormai diventati famosi presso i non addetti ai lavori operano ancora aziende di lunga esperienza che concentrano la loro produzione quasi esclusivamente sui prodotti tecnici destinati a un mercato ristretto che ha tassi di crescita più limitati ma che comunque, secondo il parere degli operatori, non cesserà mai di esistere. La Veleria San Giorgio, nata più di 75 anni fa, è una di queste aziende e ancor oggi annovera tra i suoi clienti la Marina Militare a cui fornisce le vele dell’Amerigo Vespucci. Anche in questo ambito, come conferma il titolare Anton Albertoni, la ricerca sui materiali è fondamentale, in modo particolare quella relativa all’abbigliamento di sicurezza, che riscuote meno interesse presso il grande pubblico ma che è fondamentale per chi va per mare: «Da due anni stiamo portando avanti un progetto per ridurre le morti da ipotermia. Il risultato sarà un nuovo giubbotto di salvataggio in grado di assicurare una protezione ipotermica superiore di 5 volte a quella attuale».
Per quanto riguarda gli accessori, poi, si segnala il debutto di della catena di negozi "Crociera Totale", che oggi può contare su 10 punti vendita destinati a diventare 25-30 entro la fine del 2004. «A fronte di un mercato della nautica molto vivace — afferma Alberto Cazziol, presidente del gruppo Metauro Mare a cui fa capo Crociera Totale — la filiera di fornitura di servizi e vendita di accessori in Italia è poco sviluppata. Sono presenti tanti piccoli operatori, ma manca un progetto di grandi dimensioni». In questi negozi sarà possibile trovare davvero di tutto: dalla lampadina che funziona senza corrente e batterie alla classica cerata, dalle carte nautiche ai corsi di vela.
Crociera Totale (che verrà inclusa nel marchio Metauro Point), tramite la diffusione di un numero sempre maggiore di negozi sia di proprietà che in franchising, vuole diventare un punto di riferimento nel settore, offrendo agli appassionati di nautica tutto quanto può servire, compreso il noleggio delle imbarcazioni ed eventualmente anche l’organizzazione del trasferimento da e per il porto di imbarco.

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