Arte contemporanea

Si può fare un'opera d'arte che non sia Arte?
di Anna Detheridge
Nei suoi scritti Paul Valéry accenna più volte alla fragilità delle civiltà e alla difficoltà di coniugare sensibilità e intelligenza. Nel mondo globalizzato la pluralità dei soggetti e la labilità di ogni imposizione verticistica rischiano sia di scomporre ulteriormente le società al loro interno, sia di imporre una polarizzazione di valori che mostra tutta la sua inadeguatezza.
Nell'inarrestabile contaminazione delle culture e dei valori tra Est e Ovest, tra Nord e Sud, verremo sopraffatti da logiche che irretiscono la conoscenza attraverso un utilizzo dell'immagine che appiattisce e omologa, attraverso costrutti semantici che rimandano eternamente a se stessi, o saremo in grado di aprire un varco nell'ignoto accettando la scommessa dell'Altro?
Sarà sempre necessario focalizzare l'attenzione sulla nozione di Opera d'Arte quando la grande maggioranza delle attività artistiche oltrepassa i confini della definizione classica della produzione artistica, avventurandosi dentro il corpo sociale, misurandosi con altre dimensioni del vivere quotidiano? In Africa, Asia, America Latina, ma anche in Europa, gli artisti affrontano investigazioni cognitive, azioni dissipatorie, ricerche epidemiologiche, questionari statistici in cerca di altri modi di capire, sentire, vedere e comunicare, con l'intento fondamentale di allargare gli orizzonti epistemologici. La domanda, dunque, non può che ricalcare l'aporia di Marcel Duchamp di qualche tempo fa: "Si può fare un'opera d'arte che non sia Arte"?
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1 I vostri interventi


Se l’autore muore o la sua identità si discioglie nell’opera collettiva, in che modo i segni, l’opera stessa, potranno ancora parlare di un uomo agli uomini e come potranno gli uomini riconoscere un fratello altro da sé ?
Come potranno i tempi entrare in relazione fra loro nel grembo eterno del Tempo? Quale entità li condurrà lungo la linea del continuum sublime se nessuna coscienza più parlerà loro dello stilema profondo della singolarità, essendo la vita un dono singolare ben oltre il nome ed ogni nominazione? L’unità creativa è una sorgente interiore che genera comunione. L’arte è rivelazione e l’artista un testimone. Essa è relazione (aperta) che diviene sublime quando giunge alla comunione. Ed è viva se lo sono tre entità. La prima, l’artista, con la propria intenzione creativa (l’intuizione pentecostale, il suo ascoltare il Silenzio). La seconda persona è colei che riceve (si apre: ascolta, guarda, legge) l’opera.
La terza persona è l’occhio altro, che chiude (secolarismo) o apre (mistica) il sistema della comunicazione tra le due e verso l’Oltre. Tra la prima e la seconda persona ci potrebbe essere un sottile legame che trova nel Teorema dell’incompletezza di Gödel un possibile punto di intersezione fra il secolo e la mistica. Si può dire che il pensiero positivo, la modernità?, può trovare il varco nella tesi di indimostrabilità di alcune proposizioni dei sistemi formali, a partire dai sistemi stessi. La stessa fessura d’ignoto che unisce il Cielo alla terra nello sguardo dei mistici, l’intuizione dei poeti quando reca nella terra della parola i Cieli del silenzio. Per coloro che credono di credere, il poeta tra loro, la relazione cerca dapprima la comunione, aprendosi, per giungervi, all’occhio terzo, all’eco di Dio, alla voce del Mistero: all’Incompletezza?. Noi non sappiamo, né mai lo sapremo, se il sistema della comunicazione (comunione, nell’arte), un testo, è dato (statuito) una volta per tutte e per sempre nello spazio e nel tempo, stabilmente durante la storia umana. L’artista, il poeta e colui che lo ascolta o lo legge credono però la verità che nell’opera unisce le parole alle cose. L’arte sarà tale, allora, soprattutto e soltanto se lo statuto interiore (la coscienza) dell’artista, il solo che renda l’unità dell’opera riuscita, sarà coerente nell’anima, nel senso, nel segno.
L’artista sarà il solo padre dell’opera così offerta al compimento. Ed è per tale missione interiore che egli dovrebbe essere, sin da oggi ma domani soprattutto, un testimone coerente di sè e del proprio segno. Piccolo o grande non è questione. La soglia etica del poeta si apre nella consapevolezza della vedova che offre tutto l’obolo che le è possibile offrire. E più di quanto sarebbe lecito secondo il (buon?) senso comune.

Giordano Mariani - giomariani@libero.it