L'analisi
13 maggio 2005
La polveriera Uzbekistan nel cuore dell'Asia centrale

“Cuore dell’Asia centrale” è considerato l’Uzbekistan, circa 450 mila chilometri quadrati, confinante con gli altri quattro paesi della regione ex sovietici (Kyrgyzstan , Tadzhkistan, Kazakhstan e Turkmenistan) e con l’instabilissimo Afghanistan.
Paese noto al mondo per la “via della seta” e le tre antiche città - gioiello di Samarcanda, Buchara e Khiva - fino all’occupazione russa del XIX secolo centri di antichi emirati di cultura e lingua pharsi, uzbekizzati in epoca sovietica - l’Uzbekistan è abitato da 26 milioni di persone, prevalentemente dislocate nelle campagne, alle quali fu imposta, specie nel periodo post staliniano, la monocultura del cotone, con effetti catastrofici come il prosciugamento del lago Aral e la forte riduzione delle aree delle tradizionali colture pregiate.
Insieme al Turkmenistan, dominato dall’autocrate Saparmurad Nijazov, l’Uzbekistan presieduto dal 1989 dall’ex-primo segretario del Pc uzbeko Islam Karimov (67 anni, ingegnere economista originario di Samarcanda) è il paese segnato dal più dispotico regime dell’intera regione.
I due partiti di opposizione dei primi anni di indipendenza (“Birlik”, nazionalista, ed “Erk”, democratico) sono al bando da oltre un decennio, i loro leader costretti all’esilio. Nel Parlamento (Oli Madzhlis), che si riunisce poche volte all’anno, ha la maggioranza assoluta il partito post-comunista diretto da Karimov, ribattezzato “Partito Democratico”. Altri due partiti vi sono rappresentati: uno è un alleato ufficiale (Liberal Democratico), l’altro sedicente di opposizione (Democratico Popolare), appositamente messo in piedi da Karimov e dai clan che lo sostengono, cioè le élites di Samarcanda e di Dzhizag.
Il regime, definito di “collettivismo democratico” dal suo leader supremo, conferisce i più ampi poteri al Presidente, sia sotto il profilo esecutivo che legislativo.
Le agenzie di osservazione del rispetto dei diritti umani e civili parlano di 7000 prigionieri di coscienza, arrestati e condannati a pesanti pene di carcere per motivi religiosi e politici. Fortissima è l’influenza del post-KGB (Snb) e del Ministro degli interni, che dispongono di propri eserciti, nella vita politica e sociale del Paese.
L’Uzbekistan ha un alto tasso di disoccupazione e di povertà, sotto il cui livello vivono, secondo World Bank, il 37% della popolazione urbana e il 72% di quella agricola, con salari mensili compresi tra 30 e 60 dollari.
Nonostante il capillare controllo esercitato dall’esecutivo sulle comunità in cui sono suddivise amministrativamente le città e le campagne (makhalla), il Paese è stato teatro di rivolte popolari spontanee e di azioni armate e terroristiche da parte di gruppi illegali come il “Movimento islamico dell’Uzbekistan” e il “Partito islamico per la liberazione” (Khezb ut Takhrit Al Islam), che vengono considerati connessi con i movimenti fondamentalisti di impronta wahhabbita.
C’è da ricordare che la rinascita dell’Islam in Uzbekistan degli anni Ottanta e Novanta è avvenuta grazie al forte contributo dell’Arabia Saudita con generosi finanziamenti dei pellegrinaggi alla Mecca, della letteratura religiosa, delle società islamiche o dzhamat.
Ora le zone tradizionali di opposizione e rivolta anti- regime sono le regioni orientali di Namanghani e Adizhan, già culla del movimento armato dei basmachi che si ribellò negli anni Venti al nuovo potere sovietico. Sono dislocate in quella grande valle della Ferghana che comprende le regioni kyrgyze di Osh e Dhalalabad da cui lo scorso marzo mosse la vittoriosa rivolta contro il regime di Askar Akaev.
Proprio le regioni di Namanghani e Adizhan sono quelle con più forte, secolare, influenza islamica. E con più alti tassi di natalità e di disoccupazione. Una miscela esplosiva.
Potenzialmente ricca, l’economia dell’Uzbekistan ha risentito pesantemente dell’interruzione delle interconnessioni con il resto dell’ex-Urss. Essa ha colpito in particolare il settore cotoniero, l’Uzbeklistan è il terzo produttore mondiale, che a sua volta ha risentito delle forti diminuzioni dei prezzi internazionali del cotone. Il Paese dispone di importanti giacimenti auriferi e di gas – petrolio. Questi ultimi sono oggetto di investimenti diretti russi (Lukoil).
La privatizzazione, avvenuta in ritardo e con lentezza, è stata dominata dai clan di Karimov. Sua figlia Gul’nara detiene consistenti pacchetti azionari di diverse società commerciali, oltre che il controllo della maggiore azienda di telecomunicazioni del Paese.
Lo Stato, attraverso un’amministrazione considerata tra le più corrotte e inefficienti del mondo, controlla (anche attraverso i diritti di proprietà mantenuti) e gestisce ancora gran parte dell’attività economica.
Questo è in sintesi il quadro del Paese.
La ribellione di Adizhan, la quarta città per numero di abitanti del Paese - 340 mila - , dopo Tashkent, Namanghan e Samarcanda, è sicuramente quella che ha assunto caratteri di massa più forti. Alle 13 di oggi, venerdì 13 maggio oltre 50 mila persone erano riunite nella piazza principale e reclamavano le dimissioni del presidente e del governo. Il via alla rivolta, iniziata nella notte con la liberazione armata di oltre 2000 detenuti della prigione locale, è stato dato dal processo contro 24 oppositori, definiti dalle agenzie russe bisnesmeny, che sarebbero stati sottoposti a pesanti pressioni fisiche e all’arresto dei loro stessi familiari nei giorni d’inizio del giudizio, cui sono stati ammesse solo personalità ufficiali o gradite al Potere.
In realtà, il malessere sociale e il dissenso si è da tempo diffuso nel Paese: Gli strati agricoli sono sottoposti a misure di restrizione delle piccole proprietà, nonché a misure segrete di controllo delle nascite: sono state denunciate numerose operazioni di isterectomia forzata nelle campagne da parte delle autorità. Gli strati urbani non vivono meglio: numerosi i casi di giornalisti arrestati per presunti “attentati contro la costituzione”.
Karimov attua una repressione sistematica in nome della lotta contro il terrorismo e l’estremismo islamico per la difesa dello stato laico.
In nome di questo obiettivo, il Presidente ha trovato finora il sostegno degli Usa che hanno ottenuto un'importante base militare nel sud del Paese (Termez), ai confini con l’Afghanistan, e hanno concesso forti finanziamenti per la ristrutturazione e gli armamenti dello scarso esercito uzbeko, ora istruito da ufficiali americani e della Nato.
La condanna delle costanti violazioni dei diritti umani e civili (tra cui si annoverano le ultime elezioni presidenziali e parlamentari), decretata un anno fa dal Congresso Usa assieme alla richiesta di interruzione degli aiuti militari all’Uzbekistan, ha riavvicinato Tashkent a Mosca.
Così sono stati siglati negli ultimi mesi due trattati di cooperazione russo - uzbeka sul terreno economico commerciale (industria di aviazione di Tashkent, ricerche e sfruttamento di gas e petrolio) e su quello militare (sistemi di difesa antimissilistica e aviazione militare).
Nonostante l’impopolarità crescente nel Paese e le violazioni dei diritti umani, ben più massicce e brutali di quelle compiute dal regime bielorusso del batka Lukashenko, particolarmente inviso a Washington e alla signora Rice, Karimov appare ancora un fattore di stabilizzazione nell’intera regione e un baluardo contro la minaccia islamista.
Per questo né Washington, né Mosca sembrano disposti a “mollarlo”, rischiando una rivolta popolare che avrebbe caratteri molto più violenti e distruttivi di quelle che hanno rovesciato i regimi post sovietici di Tbilisi, Kiev e Bishkek.