competitività
13 settembre 2005
Fare impresa, l'Italia è in coda

N on è facile svolgere attività d'impresa in Italia.
Anzi, è più difficile che in tutti gli altri Paesi industrializzati, con l'esclusione della Grecia, e sta diventando più difficile anche nel confronto con molti Paesi in via di sviluppo.
Questa osservazione, che non risulterà nuova a molti imprenditori, è il risultato di uno studio su 155 Paesi che viene diffuso oggi dalla Banca mondiale, intitolato « Doing business » , e nel quale l'Italia si colloca al 70esimo posto. Lo scorso anno, lo stesso studio non aveva pubblicato una classifica dei Paesi, salvo i primi 20, ma un portavoce della Banca aveva precisato che l'Italia era nel primo quarto della graduatoria, cioè pressapoco entro i primi 40.
« Rispetto agli altri Paesi dell'Ocse — dice al Sole 24 Ore Caralee McLiesh, economista della Banca e uno degli autori del rapporto — in Italia ci sono più ostacoli di fronte agli imprenditori ed è significativamente più difficile svolgere un'attività economica » . La classifica, che anche quest'anno vede ai primi posti Nuova Zelanda, Singapore e Stati Uniti, di fatto illustra se i Governi dei singoli Paesi abbiano creato un ambiente favorevole al funzionamento di un'attività economica, quanto all'insieme di regole ed istituzioni con le quali le imprese devono confrontarsi.
In Europa centrale e orientale, un forte stimolo alle riforme è stato creato dall'accesso all'Unione europea, ma l'attivismo dei Paesi ex comunisti ha provocato anche una ricaduta positiva sulla Germania, il più direttamente interessato dalla perdita di attività economiche a favore dei Paesi dell'Est: sull'onda di questa concorrenza, Berlino ha introdotto una serie di riforme che l'ha portata da una posizione di retroguardia al 19esimo posto. In Italia, non c'è stata invece un'analoga reazione, anche se McLiesh riconosce che i dati raccolti si riferiscono all'inizio di quet'anno e quindi potrebbero non ricomprendere gli effetti delle misure più recenti.
Gli indicatori esaminati dalla Banca mondiale includono l'avvio di un'impresa ( tempi, costi e procedure), l'ottenimento delle licenze, la flessibilità del mercato del lavoro, la registrazione della proprietà, l'accesso al credito, la protezione degli investitori, il pagamento delle imposte, le procedure per il commercio internazione, la possibilità di far rispettare i contratti e la chiusura dell'attività.
Molte delle aree, insomma, che dovrebbero essere affrontate con quelle riforme strutturali ( diverse delle quali a costo zero) che da tempo organizzazioni internazionali, economisti e imprenditori sollecitano al Governo. L'esame non comprende invece altri elementi, come il quadro macroeconomico, le infrastrutture e la sicurezza, il che spiega, sostengono alla Banca, come la Giamaica possa piazzarsi al 43esimo posto, davanti alla Francia. Nella maggior parte delle categorie esaminate dagli economisti della Banca mondiale, l'Italia si trova nel gruppetto di coda fra i Paesi industrializzati.
Particolarmente disastrosa è l'inefficienza della giustizia civile. « Per far rispettare un contratto attraverso i tribunali — afferma McLiesh — ci vogliono in Italia quasi 1.400 giorni, un record negativo. Fa peggio solo il Guatemala. I nostri risultati coincidono con quelli raggiunti da uno studio condotto da Marco Pagano e altri economisti italiani. L'inefficienza della giustizia civile ha un impatto anche sulla difficoltà di ottenere crediti, anche se questa varia nettamente nelle diverse parti del Paese » . Il recupero dei crediti in caso di fallimento, tra l'altro, è al 40%, il peggiore, contro il 92 del Giappone.
Gli economisti della Banca mondiale considerano tuttora relativamente rigido il mercato italiano del lavoro: un indice " di rigidità" che vede Cina e Hong Kong a zero e gli Stati Uniti a tre, include l'Italia fra i peggiori dei Paesi Ocse con 57 ( la media è 36). « Basterebbe — dice McLeish — portare il mercato del lavoro al livello di flessibilità della Danimarca ( certo non un campione del neoliberismo e il cui indice è 20 ndr), per ridurre la disoccupazione di un 2 3% » . Lo studio evidenzia una relazione molto forte fra gli indicatori di regolamentazione e i tassi di disoccupazione e le dimensioni dell'economia sommersa. I suoi autori notano che avere più regole non è necessariamente un modo per aumentare la protezione sociale, ma spesso finisce per gonfiare il settore informale dell'economia.
In un Paese come l'Italia, che dovrebbe avere nell'export uno dei punti di forza dell'economia, occorrono 28 giorni per esportare ( meglio solo della Grecia) contro 6 della Germania, 5 " firme", contro una della Germania, e 8 documenti ( il numero più alto nell'Ocse).