inchiesta oil for food
18 settembre 2005
Sotto accusa il «prete dell'embargo»

Jean Marie Benjamin, nato in Francia e trasferitosi in Italia nel 1975, è stato musicista, funzionario dell'Unicef e organizzatore di eventi. Poi ha conosciuto la fede e a 46 anni, nel 1991, è stato ordinato sacerdote.
Da allora, pur non smettendo mai di scrivere canzoni o comporre colonne sonore, Padre Benjamin ha dapprima assistito il cardinale Agostino Casaroli alla Segreteria di Stato del Vaticano poi, dopo essere diventato segretario generale della Fondazione Beato Angelico, ha cominciato a dedicarsi praticamente a tempo pieno a una singola missione: denunciare l'aggressione americana al popolo iracheno.
Adesso però è su di lui che viene puntato il dito. Da documenti iracheni al vaglio della Commissione di inchiesta sul programma « Oil for Food » risulta che avrebbe ricevuto un buono di p e t r o l i o dall'Irak. Il sacerdote respinge con sdegno ogni accusa, ma « Il Sole 24 Ore » ha scoperto un deposito di 140mila dollari effettuato su un suo conto in Svizzera da un avvocato che aveva appena venduto il petrolio di quel buono.
Da artista multimediale quale è, Padre Benjamin sull'Irak ha prodotto canzoni, libri e documentari e ha creato un sito web— www. benjaminforiraq. org. Essendo un uomo d'azione oltre che di spettacolo, ha anche partecipato a conferenze, organizzato viaggi aerei di sfida all'embargo, pronunciato discorsi al Parlamento inglese e alla Commissione dei diritti umani dell'Onu. Un po' in tutta l'Europa è diventato noto come « il prete contro l'embargo » . Con tanto di invito a « Porta a Porta » .
Fu lui che alla vigilia dell'invasione, nel febbraio del 2003, ebbe l'idea di far venire a Roma Tarek Aziz per incontrare il Papa in un tentativo in extremis di fermare la macchina da guerra americana. E una volta ottenuto il beneplacito dal Vaticano fu lui a organizzare quel viaggio.
Anche adesso, la questione irachena è rimasta la sua passione. E gli americani sono più che mai il suo bersaglio preferito. Non a caso è uno dei firmatari del manifesto dei Comitati per la Resistenza Irachena in cui, nel nome di una « battaglia di verità » , si respinge « l'accusa imperialista secondo cui la legittima resistenza irachena sarebbe terrorismo criminale » .
La verità è però una brutta bestia. Che spesso finisce con l'azzannare chi la invoca con troppa veemenza. Nel gennaio del 2004, quando il suo nome apparve per la prima volta nell'elenco delle personalità internazionali che avevano beneficiato di speciali assegnazioni di petrolio iracheno a prezzi di favore, Padre Benjamin reagì con ironico sdegno: « Ma va! Fantastico! » aveva detto a « Il Sole 24 Ore » : « Non sanno proprio più come attaccare chi ha detto la verità » .
Respingendo fermamente ogni accusa di esser stato propagandista prezzolato del regime, aveva spiegato di aver sempre ed esclusivamente finanziato con fondi propri le sue attività artistico mediatiche a favore del popolo iracheno. L'unico aiuto esterno era venuto da una zia svizzera, una ricca contessa purtroppo deceduta. Aveva inoltre tenuto a chiarire di aver sempre rifiutato qualsiasi offerta di aiuto economico proveniente dal Governo iracheno e di aver persino scritto una lettera a Tarek Aziz spiegandogli di non poter accettare alcuna assegnazione di petrolio.
« Il Sole 24 Ore » è ora in grado di confermare che la lettera in questione è stata effettivamente scritta. C'è però un problema: è datata 25 gennaio 2002, cioè quasi un mese dopo il deposito su un conto di Padre Benjamin di 140mila dollari spediti da un avvocato svizzero di nome Alain Bionda. Non risulta che quei soldi siano mai stati restituiti al mittente. Al contrario, è lo stesso Padre Benjaamin a riconoscere che sono andati a finanziare un documentario e una mostra sull'Irak.
Bionda non è un avvocato qualsiasi. Da anni rappresenta in Svizzera la famiglia al Tikriti, in particolare di Barzani e Mohammed al Tikriti, fratellastro e nipote di Saddam Hussein che secondo l'intelligence americana avrebbero gestito il tesoro segreto dell'ex raìs di Baghdad. Negli anni di Saddam è stato inoltre presidente dell'associazione " Amicizia Svizzera e Irak."
Bionda è anche un avvocato con ambizioni imprenditoriali. E durante il periodo delle sanzioni Onu, attraverso la società Zyria Management Service cercò in vari modi di fare business con l'Irak. Un ottimo affare lo combinò nel 2001, quando vendette un'assegnazione di greggio iracheno a una società di trading petrolifero svizzera. Incasso totale: 811.866 dollari. Ma quell'assegnazione non era sua. Sui documenti iracheni l'assegnatario del contratto in questione, con sigla M/ 10/ 80, risulta essere Padre Benjamin. È da lui che la società di Alain Bionda risulta aver poi avuto il contratto.
Raggiunto telefonicamente da « Il Sole 24 Ore » , Padre Benjamin smentisce con fermezza. « Io dall'Irak non ho accettato alcuna assegnazione di petrolio. Non c'è la mia firma su nessuna assegnazione » , dice, forse ignorando il fatto che il sistema contabile adottato dagli iracheni non richiedeva che i beneficiari firmassero nulla. La comunicazione dell'assegnazione era puramente verbale o telefonica. Proprio perché non si lasciassero tracce. Soltanto quando l'assegnatario comunicava il nome della società a cui aveva " trasferito" i propri barili, gli iracheni preparavano un contratto scritto da firmare. Che è esattamente ciò che è avvenuto con Bionda.
A « Il Sole 24 Ore » risulta che per quei due milioni di barili di greggio iracheno Bionda sia stato pagato $ 811.866 in tre rate. La somma più grossa, 611.886 dollari, la ricevette il 27 dicembre 2001. E proprio in quell'esatto giorno ordinò il trasferimento di 140mila dollari su un conto appartenente a Padre Benjamin. Su due milioni di barili, 140mila dollari corrispondono a 7 centesimi a barile, che era una tipica commissione di chi vendeva le assegnazioni in quel momento.
Quel trasferimento di soldi a Padre Benjamin era parte di un accordo prestabilito, o una semplice coincidenza? Lo abbiamo chiesto allo stesso Alain Bionda, raggiunto telefonicamente a Ginevra.
Ma l'avvocato si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda limitandosi a dire: « Non ho nessun commento su questo » .
Padre Benjamin non esita invece a offrire i suoi commenti.
« Quei soldi erano una donazione alla Fondazione di Bionda e di altri. Non c'entrano nulla con l' « Oil for Food » . Io adesso voglio vedere come si può provare che siano collegati » , dice, ritenendo evidentemente la simultaneità dei due trasferimenti bancari — dalla società che comprò il petrolio a Bionda e da questi al suo conto — del tutto fortuita. Il sacerdote tiene inoltre a sottolineare che i soldi di Bionda furono interamente destinati alla produzione di un documentario e di una mostra sull'Irak. Insomma, non ne avrebbe in alcun modo beneficiato personalmente.
In realtà però i soldi non furono inviati da Bionda alla Fondazione Beato Angelico, bensì su un conto svizzero che lo stesso Benjamin ammette essere intestato a suo nome. È da lì che sono stati poi inviati su un altro conto a Roma effettivamente appartenente alla Fondazione. Eccetto una parte, alcune decine di migliaia di dollari che il sacerdote ha detto di aver ritirato in contanti.
« A parte la donazione di Bionda e altri 5.000 franchi svizzeri che mi sono stati dati 3 anni fa, non ho mai ricevuto alcun sostegno. Né per la produzione nè per i viaggi.
Nessuno mi ha mai aiutato a pagare una cosa o l'altra » , aggiunge.
A smentirlo è però un suo amico e compagno di viaggi in Irak, l'imprenditore umbro Gianpiero Panzolini che con la sua azienda di sementi, Semitalia SNC, fece un paio di buoni affari in l'Irak.
« L'ho aiutato con il suo documentario sull'uranio impoverito in Irak — ricorda in un'intervista telefonica con « Il Sole 24 Ore » — . Aveva spese di viaggi, macchine e altre cose e io l'ho aiutato.
Venti, forse 25 milioni delle vecchie lire » .
Panzolini dice di aver visitato così tante volte l'Irak assieme a Padre Benjamin da essere preso per un suo collaboratore. « Gli iracheni pensavano che fossi il suo segretario » , dice.
E della vicenda dell'assegnazione di petrolio che cosa ricorda? « Padre Benjamin non ne voleva sapere, allora gli ho detto che potevo occuparmene io » . Panzolini ricorda di aver spedito « 100 200 fax » per cercare di piazzare quel petrolio. Ma inutilmente. « Ognuno deve fare il mestiere suo, e io mi occupavo di agricoltura » .
Come andò a finire? « Un giorno incontrai Bionda al Rashid Hotel di Baghdad e gli chiesi se interessava a lui » . Dopodiché Panzolini chiamò la società petrolifera irachena e chiese di assegnare il contratto a Bionda. « Se poi lui ha fatto una regalia a Padre Benjamin — ci tiene a precisare — è stata sicuramente una donazione che non aveva nulla a che vedere con il petrolio


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