INCHIESTA Imprenditori vittime della 'ndrangheta Parla Giuseppe Masciari
Domenica 11 Marzo 2007
«Una protezione che non protegge»

Roberto Galullo
REGGIO CALABRIA. Dal nostro inviato
Tre imprenditori calabresi legati da un filo rosso: la denuncia contro le cosche.
Non sono gli unici, ma sono diventati un simbolo: di resistenza e di coraggio.
Ma c'è un altro filo rosso che li unisce: l'isolamento. Combattono da soli o quasi. Abbandonati dallo Stato, dalle istituzioni e, spesso, dalla società civile che ha paura di lottare o forse è solo stanca. Sono imprenditori vessati - in alcuni casi - dagli stessi amministratori e dai politici.
La prima di queste storie parte dalla provincia di Vibo Valentia, sempre più al centro di vicende che svelano quanto la 'ndrangheta penetri la vita amministrativa locale. Storie di appalti truccati, giudici corrotti e - infine - sanità in mano alle cosche che nell'Asl 8 riuscivano non solo a inquinare le gare ma persino a far assumere chi volevano (si vedano il «Sole-24 Ore» dell'8 e 9 marzo).
Giuseppe Masciari, 44 anni, da Serra San Bruno (Vibo Valentia) - fino a 15 anni fa - era a capo di un piccolo impero immobiliare. Famiglia numerosa e benestante. Il padre nel 1988, prima di morire, gli aveva lasciato in mano l'impresa edile. Famiglia numerosa, ricca e felice: cosa volere di più in una terra devastata dalle cosche?
Ma in Calabria la felicità non esiste: al massimo si può parlare di tranquillità che - soprattutto per chi fa impresa - deve prima o poi passare dalle cosche. Chi accetta la “protezione” si mette sotto padrone. Un padrone che espropria ricchezza e compra, per sempre, la tua dignità.
Nel 1990 le difficoltà economiche cui si trovava lo costringono a ricorrere agli usurai ma nel 1992 decide di non pagare più. Il prezzo c'è comunque: furti, incendi, danneggiamenti dei mezzi di lavoro, minacce personali, telefonate minatorie, colpi d'arma da fuoco, fino al ferimento del fratello, avvenuto nel mese di aprile del 1993.
A settembre 1994 licenzia gli ultimi 58 dipendenti ed il 22 novembre dello stesso anno presenta la prima denuncia formale alla stazione dei Carabinieri di Serra San Bruno. Ma c'è un prezzo più alto da pagare: il fallimento dell'impresa, avvenuta nell'ottobre 1996 per un passivo accertato di 134 milioni di lire, a fronte di contratti di appalto stipulati per un valore di 25 miliardi.
Dal '97 è testimone di giustizia. Alla Commissione antimafia, nell'audizione dell'11 novembre 2004 racconta che i clan gli chiedevano un pizzo pari al 3% dell'importo dei lavori pubblici. Benefattori verrebbe da dire: i politici gli chiedevano il doppio e gli consigliavano di non esporsi. Di non denunciare.
Il '97 è anche l'inizio di un nuovo calvario. Lascia terra, beni e affetti e va con la sua famiglia in una località talmente protetta che quasi tutti, a distanza di poco tempo, sanno dove sta, chi è e cosa fa. Il cambio di identità per sé e i familiari è una farsa. Sono continui gli episodi che denuncia - al Viminale e alle istituzioni - di esposizione alle rappresaglie di chi gliel'ha giurata. Episodi che - se non fossero reali - sarebbero il frutto di una fervida mente malata.
Perché la morte la rischia davvero e sa che ogni giorno ha con lei un appuntamento. Masciari spera solo di rimandarla - ogni giorno - al giorno dopo.
Viene abbandonato - denuncia pubblicamente - dalla scorta negli alberghi quando torna in Calabria - e ci torna spesso - per portare avanti con coraggio i processi in cui ha denunciato uomini e volti degli estorsori e dei clan. I suoi figli vengono scoperti a scuola a causa di un pasticcio burocratico talmente contorto che spiegarlo è impossibile. Ma chi lo ha messo in atto - certo involontariamente - è un mago. Masciari continua, non molla anche se lo Stato gli passa 1.700 euro al mese. Al suo fianco ha la famiglia - la moglie Marisa, a sua volta (ex) benestante professionista, ha una tempra rara - e Don Luigi Ciotti, che da sempre denuncia attraverso Libera le mafie e da oltre 20 anni vive (anche lui) come un detenuto. Lascia la sua gabbia, la prefettura di Torino, tutti i giorni per andare a testimoniare contro le mafie in giro per l'Italia e il mondo.
Masciari non molla ma, stanco di tutto e di tutti, sapendo ciò che rischia, domani parte per la Calabria e con un telegramma inviato ieri al ministro dell'Interno Giuliano Amato chiede di non essere intralciato nei suoi movimenti. È pronto a tornare in Calabria, dove testimonierà nell'ennesimo processo, a qualunque costo. Anche quello della morte, che in certe condizioni forse ti raggiunge meglio in una località protetta dallo Stato che a Reggio Calabria protetta dalle cosche.
roberto.galullo@ilsole24ore.com

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