La grande Milano
26 agosto 2005
Le pizzerie sfrattano gli artisti dai Navigli

C'è chi canta in milanese, chi scrive poesie «anche personalizzate», chi fa ritratti o caricature, chi suona il violino; alcune ragazze ballano danze arabe, altri, più concretamente, organizzano manifestazioni e fiaccolate, raccolgono firme. Sulla Alzaia e sulla Ripa questa estate non si sono risparmiati pur di lanciare il loro grido d'allarme per : «salvare l'anima dei Navigli». Un grido che gli artisti della zona hanno innalzato a modo loro, con serate a tema finite immancabilmente davanti a tanti boccali di birra. Perché un po' a causa del caro euro, un po' per la pressione del business, - che ha già trasformato il vicino Corso di Porta Ticinese in una via della moda - anche gli ultimi artisti e bottegai rimasti fedeli ai Navigli rischiano di essere sloggiati per sempre. Come spinti da un'unica mano invisibile gli sfratti, (spesso mascherati anche solo da disdette e affitti alle stelle), mettono alle strette gli ultimi scampoli della Milano bottegaia e bohemienne di un tempo che fu. E' già avvenuto a Brera e alle Colonne di San Lorenzo, trasformate in un'unico grande "d isco-suk"; ora sembra essere scoccata l'ora dei Navigli: dove le botteghe potevano ancora resistere, nonostante l'euro. Dall'Alzaia alla Ripa la vera bestia nera di artisti e commercianti è la rivalutazione degli immobili, che ha cambiato la musica un po' per tutti, trasformando il quartiere simbolo della Milano popolare in un "divertificio" a quattro stelle . Al numero 10 e al 12 dell'Alzaia hanno già ceduto, sgomberando e abbassando la claire; ora tocca a "quelli del numero 8", dove sono arrivati gli avvisi di sfratto, o i canoni "quadruplicati". Basta fare una passeggiata per accorgersi che le vecchie osterie, i rigattieri, le botteghe e gli scultori hanno lasciato il posto a pizzerie, birrerie, gelaterie. Dove c'erano bric-à-brac e vecchie bambole sono arrivati il "kebab" e lo yougurt greco, le lavandaie con i loro calderoni sono state sostituite dai "vu cumprà", sempre attenti a far fagotto e scappar via appena un "ghisa" appare anche solo in lontananza. Eppure, come racconta uno degli irriducibili dell'Alzaia , il pittore e rigattiere Giorgio Pastore, «a pochi passi da qui, sul vicolo dei Lavandai, tra vinai e venditori di rossetto (non il belletto ma, come spiega, uno sbiancante per lavare i panni, ndr) aveva il suo studio Simenon, che andava pazzo per le sfumature grigie e i vapori del Naviglio; poco più avanti imperversavano Dario Fo, Franca Rame, Milva, Jannacci, Pozzetto, solo per citare alcuni fra i più noti». La barba bianca, settanta anni passati da un po', Pastore si muove con agilità fra le migliaia di soprammobili raccolti alla rinfusa nel "suo harem" di oggetti introvabili. E fra bamboline anni Settanta, ceramiche di Capodimonte, lampade finto Gallè e un'infinità di chincaglierie e miniature kitsch, le sue «buone cose di pessimo gusto», Pastore è un fiume in piena: «Nel mio negozio, che causa sfratto devo abbandonare entro marzo, venivano a rovistare - fra le mie creazioni (ci tiene a rimarcarlo, ndr) - "la" Valentina Cortese, "la" Sylva Koscina. Monica Vitti ha recitato qui in un film del regista unghereseMiklos Jancsò, Ottavia Piccolo sfilava con i miei modelli». Ma, «erano altri tempi, si veniva qui a discutere, bere e mangiare il risotto alla milanese con poche lire; si faceva notte e anche l'alba. Ora hanno aperto tante birrerie e ristoranti tutti uguali, e la cosa più assurda è che quando qualcuno entra nella mia bottega e mi chiede dove andare a mangiare qualcosa di buono e di milanese, io non so dove mandarli». Altri tempi, appunto, e storie differenti. Se allora si faceva notte al ritmo della canzoni di Patty Pravo e di buon vino del sud, oggi sui Navigli si favoleggia sulle buonuscite astronomiche accordate agli affittuari del Ticinese. C'è poi chi ipotizza «un'unica regia dietro le speculazioni immobiliari che stanno trasformando il quartiere, o cordate imprenditoriali e partecipazioni incrociate che farebbero capo sempre agli stessi». Per alcuni sono solo favole. «Almeno», se ci fosse ancora «la Camilla Cederna che veniva sempre qui da me» dice Pastori, forse «ci darebbe una mano» a capire di più. Vero è che ancora in tanti sui Navigli resistono, e non si rassegnano. E anche se il lattoniere Brechet, che «faceva i modelli per i più grandi architetti e ingegneri», o la macelleria e la vecchia farmacia della Ripa, hanno chiuso i battenti, gli irriducibili sono pronti a resistere. Affitti permettendo.

In un biglietto, affisso per strada, qualcuno ha scritto «Parigi ha la sua Montmartre, Londra ha Camden, giù le mani dai nostri Navigli». Lo ha detto anche la poetessa Alda Merini, che queste vie abita e racconta da sempre. Lo chiedono l'étoile Oriella Dorella, il comico Enrico Beruschi, lo scrittore Moni Ovadia, l'attrice Valentina Cortese, il pittore Stefano Festa, il colonnello Giuliacci e tanti altri anonimi cittadini che hanno firmato l'appello di artisti e bottegai della zona. I precedenti tentativi di arginare questo parco monotematico del divertimento "global-precotto" sono falliti sul corso di Porta Ticinese, si sono arenati davanti al parcheggio selvaggio e al baccano notturno dell'intera zona, e stanno affondando con il mega scavo per il parcheggio alla Darsena. E' molto probabile che il «business delle pizzerie» la spunterà anche sui Navigli. Ma vallo a dire agli ultimi irriducibili dell'Alzaia e soprattutto a tutti quei milanesi legati ad una certa loro Milano...