IL CALVARIO DI WOJTYLA
2 aprile 2005
E il laico si inginocchiò con il Papa

Questo è il racconto della conversazione che Indro Montanelli ebbe nel 1986 con Giovanni Paolo II nel corso di una cena in Vaticano.

La sera che cenai col Papa - e fu venerdì scorso - cenai praticamente da solo perché il Papa non mise altro sotto i denti che un pezzetto di tonno, di quello in scatola, una sottiletta di mozzarella e una mela. Per la prima volta, nella mia lunga carriera d'inappetente sempre in imbarazzo per ciò che rifiuta, mi sentivo in colpa d'ingordigia. Gli chiesi: «Ma lei, Santo Padre, mangia, cioè non mangia sempre così?». Sorrise. «No, la mattina mangio un po' di più. Ma la sera, sa, poi devo ancora un po' lavorare...» (lavora, chiuso nel suo studio - ho poi saputo - dalle nove a mezzanotte, che non è tanto «un po'»).
Eravamo in quattro alla sua mensa: ci facevano compagnia Joaquín Navarro-Valls, il giornalista spagnolo addetto alle relazioni del Vaticano con la stampa, e il segretario particolare di Giovanni Paolo, un prete polacco dal nome polaccamente impossibile, che si pronuncia Ghivish e si scrive - chissà perché - Dziwisz. A servirci era una monachina attempata e tutta bianca, che suppongo polacca anch'essa. E la conversazione non ebbe un minuto di pausa, affrancata com'era da ogni restrizione di etichetta.
Il Papa parla volentieri, ma ancora più volentieri ascolta. Lo fa reclinando la testa sul petto come per concentrarsi meglio su ciò che sente, e cercando le parole italiane per la risposta (perché l'italiano lo parla bene: ma pensare, pensa in polacco), corruga la fronte e strizza gli occhi, che d'improvviso, rialzando il capo, spalanca sull'interlocutore: e sono due sciabolate di cielo azzurro, carezzevoli e penetranti.
Tutto vestito di bianco, mi aveva accolto come se fosse abituato a vedermi da sempre, e con tale naturalezza da darne anche a me la sensazione. Tanto da prendermi l'ardire di chiedergli se otto anni fa, partendo da Cracovia per il Conclave, aveva avuto qualche premonizione del fatto che non vi sarebbe tornato. «Premonizione nessuna», rispose lui, «non se ne hanno mai: le cose avvengono per volontà imperscrutabili. Posso solo dire che, partendo per il primo Conclave, quello di agosto (dopo la morte di Paolo VI, ndr), ero molto turbato. Non so nemmeno io di che e perché. Ma ero turbato. Non lo ero invece per il secondo Conclave, quello di ottobre» (dopo la morte di Papa Luciani).
Rimasi un po' interdetto perché non riuscivo a capire bene il significato di quella risposta. Aveva voluto dire che al primo Conclave era turbato perché sapeva che il suo nome circolava fra quelli dei papabili, mentre al secondo era sicuro che ormai la sua candidatura era stata accantonata, o viceversa? Ma mi parve inopportuno insistere, e mi limitai a chiedergli come si era assuefatto, lui che veniva dallo stretto contatto con una natura che non è quella mediterranea e con dei fedeli che hanno ben poco a che fare con quelli italiani, alla fredda solennità del Vaticano e ai complicati cerimoniali della sua Nomenclatura. Mi rispose che non si accorgeva della differenza semplicemente perché gliene mancava il tempo, gremito com'è quello suo d'impegni, di udienze, di colloqui, di problemi. «Un po' più difficile», disse, «mi riesce a Castel Gandolfo, perché è vero che lì la natura è più vicina come piace a me. Ma ci si va per riposare. E riposando, si ha il tempo di pensare e di ricordare...».
Parlammo della Polonia. Sapeva che conoscevo il suo Paese per esserci stato nei momenti più drammatici, quelli che mettono alla prova il carattere di un popolo e ne danno la misura.
Quel carattere, mi spiegò, era il frutto dei lunghi secoli di crociata missionaria per salvare, fra slavi e tedeschi, la propria identità nazionale e religiosa, che in Polonia fanno tutt'uno. Disse tutto questo semplicemente, senza enfasi né albagia sciovinistica. Ma sotto le sue parole si percepiva una partecipazione intensa, quasi una identificazione con quel destino. Parlammo anche della situazione attuale a Varsavia. O meglio, ne parlai io. Lui mi stette a sentire, come al solito, a testa china. Ma stavolta non corrugò le ciglia né strizzò gli occhi. Quando tornò a spalancarli su di me, furono la solita sciabolata di cielo azzurro, ma non vi lessi niente: né approvazione né dissenso da quanto io dicevo. Gli chiesi se aveva ancora qualcuno della sua famiglia, in Polonia. «No», mi disse, «nessuno, salvo una vecchia cugina, con cui conservo qualche rapporto».
Parlammo dei suoi viaggi. Gli chiesi se non lo stancavano un po', specie dopo la dura prova a cui era stato sottoposto il suo fisico dalle pallottole di Alì Agcà. «No, no», disse, «non ne risento assolutamente nulla». Ma io non volli abbandonare l'argomento senza chiedergli il giudizio che più, sul piano umano, m'incuriosiva. «Santo Padre», dissi, «lei andò a trovare in prigione il suo attentatore...». «Carità cristiana...». «Certo, carità cristiana. Ma che cosa riuscì a capire dei moventi e dei fini di quello sciagurato?».
Stavolta il Papa rimase a testa china più a lungo del solito e più del solito strizzò gli occhi prima di rispalancarmeli addosso. «Parlai con quel l'uomo», disse, «dieci minuti, non di più: troppo poco per capire qualcosa di moventi e di fini che fanno certamente parte di un garbuglio... si dice così?... molto grosso. Ma di una cosa mi resi conto con chiarezza: che Alì Agcà era rimasto traumatizzato non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile, a uccidermi. Era questo, mi creda, che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c'era stato Qualcuno o Qualcosa che gli aveva mandato all'aria il colpo». Giovanni Paolo non fece mai, né nel rievocare quell'episodio né in tutto il resto della conversazione, il nome di Dio o della Provvidenza. Disse soltanto: «Qualcuno o Qualcosa». Ma si sentiva benissimo che in quel Qualcuno o Qualcosa nessuno ci crede quanto lui. E aggiunse anche, con un sorriso: «Per di più, essendo musulmano, ignorava che proprio quel giorno era la ricorrenza della Madonna di Fatima...».
Quando ci alzammo da tavola, lui che c'era rimasto seduto quasi due ore a veder noi mangiare, mi accompagnò lungo il corridoio. Ma, passando davanti alla cappella, mi toccò il braccio e con qualche esitazione, come avesse paura di apparirmi indiscreto, mi disse: «So che sua madre era una donna molto pia. Vogliamo dire una piccola preghiera per lei?». C'inginocchiammo l'uno accanto all'altro. Ma quando, nel congedarmi, accennai a un inchino, me lo impedì serrandomi il polso in una morsa di ferro, e mi abbracciò accostando due volte la tempia alle mie. Come faceva mio padre, che baci non ne dava.

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