in viaggio con bush
Dalla Russia con dolore al seguito del Presidente
di Mario Platero


Siamo in cento.

Parlo dei giornalisti fotografi e cameramen al seguito del viaggio del Presidente Bush. Come ho raccontato nel diario di un’altra missione veniamo di fatto accorpati al gruppo diplomatico. Saltiamo il controllo passaporti e dogana, che avviene separatamente, gestito dagli agenti al seguito. Scesi dall’aereo ci sono gli autobus ad aspettarci che ci portano direttamente e rapidamente al centro stampa. Lo stesso capita quando partiamo. Da Rostock, in Germania dove siamo partiti per venire a San Pietroburgo, avevano anche una scorta di polizia che ci apriva le strade. La ragione di questa organizzazione è semplice: il White House Press Corp., come ci chiamiamo, deve coprire i movimenti del Presidente e partecipare ad eventi e conferenze stampa. A volte seguiamo Air Force One, a volte lo anticipiamo. I tempi sono sempre strettissimi, spesso ci fermiamo in un posto per poche ore. La rapidità è essenziale per il nostro lavoro. E abbiamo a disposizione una struttura logistica davvero efficiente, una vera e propria squadra di giovani della Casa Bianca che si occupano di tutto. In questo caso voliamo su Charter della United: volo-autobus-albergo, senza tempi morti. E così avviene in ogni parte del mondo che ho visitato al seguito della Casa Bianca, anche recentemente, dalla Cina al Brasile, dalla Mongolia a Panama, dalla Corea del Sud all’Ungheria, la parola d’ordine è apertura e facilità. Tranne in Russia. La Russia è sempre stata “rognosa”, in altri viaggi non ha accettato che il controllo passporti fosse delegato, e voleva mantenere una parvenza di controllo con ispezioni sull’aereo. Ma questa volta le autorità russe hanno superato se stesse. Hanno chiesto che passassimo dal normale terminal, nonostante il nostro aereo sia stato parcheggiato con quelli delle delegazioni ufficiali. Abbiamo dovuto recupere i nostri passaporti ai quali rinunciamo in partenza e presentarci in una coda interminabile a tre funzionari che controllavano con lentezza esasperante i passaporti. In uscita, sempre al terminal c’è stata la dispersione. Il gruppo compatto si è spezzato in grappoli alla ricerca degli autobus parcheggiati fuori. E abbiamo accumulato due ore di ritardo sulla tabella di marcia. Il Presidente, arrivato poco prima di noi aveva già completato almeno due eventi che abbiamo perso. Perchè la Russia fa le cose difficili? Ce lo domandavano tutti. Per ripicca? Perchè vuole essere antipatica con gli americani? Per questioni di sicurezza? (Ma il controllo passaporti semmai ha diminuito la sicurezza del gruppo già “sanitized”, come si dice in gergo). Per disorganizzazione? Per burocrazia? Non lo sappiamo. Non c’è risposta. Se non che la partenza di questo G8 è dolorosa, nel caldo, nelle attese, nelle code, nei ritardi che complicano il nsotro lavoro. E dire che la Russia ospita il G8 per la prima volta nella storia. Dunque, uno immagina, avrebbero dovuto farsi in quattro per dimostrare ospitalità. Vedremo cosa faranno in seguito.
ROSTOCK e la «PERFECT STORM» – La conferenza stampa di Condi Rice e di Stephen Hadley è avvenuta senza preavviso nella notte di giovedì. La situazione in Medio Oriente precipita. Il tema sicurezza diventerà centrale alle riunioni di San Pietroburgo. La novità è che la Rice aggiunge di aver chiesto a Israele di esercitare “moderazione”. E aggiunto l’Iran alla Siria, come paesi che cercano la provocazione. Perchè non l’aveva già fatto nella mattinata il Presidente Bush? Perchè la Rice e Hadely non ci hanno parlato prima? Un funzionario al seguito mi spiega che la situazione è caotica. Le notizie dalla regione si inseguono e così pure le telefonate fra i leader. Solo questa mattina Bush ha parlato con Re Abdullah di Giordania, con il Presidente egiziano Hosni Mubarak e con il primo ministro libanese Fuad Siniora. Ieri nel corso delle dieci ore che hanno separato la conferenza stampa di Bush e Merkel, dove il quadro era di appoggio completo a Israele, dalle nuove precisazioni, sono intervenuti fatti nuovi. Qualcuno teme che l’intera escalation sia la conseguenza di un possibile coordinamento fra Siria e Iran, per miscelare - con la grave situazione in Iraq, con le tensioni sul nuclerare in Iran, con i disordini a Gaza e con le incurisoni i territorio israeliano - gli ingredienti in grado di fondersi in una , un esplosione geopolitica cataclismica nella regione. Possibile? Se ne parla. Il pericolo è forte. La posta in palio è altissima per tutti, per Bush che vedrebbe scomparire il suo sogno di democrazia per una parte della regione. Ma anche per Theran che si sente imbrigliata per i suoi progetti nucleari. Occorre abbassare i toni. Per questo alla fine la Rice e Hadley hanno parlato. Ma erano a un’ora da noi, al ricevimento con la Merkel e Bush. Hanno visto solo il pool ristretto. E il nastro ci ha messo del tempo per arrivare da noi. Se l’America non ha, come mi sembra, il pieno controllo della sua politica di comunicazione, vuole dire davvero che nervosismo e tensione sono altissimi.

LE TAPPE DEL VIAGGIO
Il Presidente in casa di Angela Merkel (12/0706)
Vi racconto i retroscena dell'intervista al presidente Usa (12/07/06)
A colloquio con il presidente Bush nella Roosevelt Room (12/07/06)