2 maggio 2003
Bush:"Missione compiuta: la guerra è finita"

In Iraq, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno vinto una battaglia nella guerra contro il terrorismo, che è iniziata l'11 Settembre 2001, il giorno dell'attacco all'America. Ma, anche se «i combattimenti più grossi sono finiti», il conflitto va avanti e «impegni difficili» restano davanti, perchè la missione non è ancora compiuta. Parole e concetti che il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha espresso all'America e al mondo, parlando da bordo della portaerei Lincoln dove era atterrato viaggiando su un aereo da combattimento in divisa da pilota e dove trascorre la notte.

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Il ricordo dei caduti. Curatissima la scenografia, per un discorso in diretta tv all'ora di massimo ascolto, pronunciato nel sole del Pacifico mentre sulla Costa Atlantica era notte, con l'equipaggio della portaerei a fare da pubblico entusiasta: oltre 5.000 uomini e donne al ritorno da una missione di guerra di oltre otto mesi, senza avere subito nessuna perdita. Proprio ai militari, il presidente ha dedicato larghi passi del suo testo, ringraziandoli ed elogiandoli per quanto fatto e ricordando quelli che a casa non torneranno, i 139 caduti di questo conflitto durato appena 42 giorni, sette settimane. L'ultima vittima è un soldato annegato giovedì a ovest di Baghdad, quando il suo carro è caduto in un canale mentre raggiungeva Falluja, dove c'è ancora tensione.

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Grazie agli alleati. Fra gli alleati, Bush ha citato Gran Bretagna, Australia e Polonia, che avevano truppe in Iraq. Sul fronte interno, ha nominato il segretario alla difesa Donald Rumsfeld e il generale Tommy Franks, comandante della campagna Libertà per l'Iraq. Vinta la guerra in Iraq, come l'hanno vinta in Afghanistan (proprio ieri, Rumsfeld, a Kabul, ha proclamato, anche laggiù, «la fine dei combattimenti più grossi», gli Stati Uniti devono, ora, vincere la pace e fare godere al Medio Oriente il dividendo promesso della democrazia e della libertà.

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Ricostruire l'Irak, trovare Saddam. Perchè la missione militare in Iraq sia conclusa, resta da catturare, o da eliminare, la leadership del regime di Saddam Hussein: lo stesso rais, i suoi figli, i suoi gerarchi; e, poi, bisogna trovare quelle armi di distruzione di massa bio- chimiche, per le quali il conflitto è stato scatenato. Perchè la missione politica sia un successo, l'America di Bush è impegnata a rendere l'Iraq sicuro e a ricostruire il Paese. Con l'intento, però, di andarsene non appena «il lavoro sarà concluso»: «Lasceremo un Iraq libero e democratico e ricostruito», dice il presidente.

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Ancora 125mila i soldati in azione. Per il momento, quelli che restano sono più di quelli che tornano: come la Lincoln, rientrano alla base altre portaerei con i loro gruppi navali e centinaia di aerei da combattimento. Ma, in Iraq, ci sono, oggi, 125 mila soldati americani, più di quelli che c'erano nel pieno dell'invasione che voleva liberare il Paese dal regime. E la prospettiva è che restino lì almeno un anno, forse due, magari riducendosi di numero progressivamente.

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Il discorso politico s'allarga. «Stiamo dalla parte -afferma Bush- della libertà dell'uomo», in Afghanistan, in Iraq e anche «in una pacifica Palestina». «L'uso della forza è stato e rimane l'ultima risorsa»; ma, se ce ne sarà bisogno, «difenderemo ancora la pace». Nel messaggio all'Unione, che dura 24 minuti, ci sono passaggi che suonano rassicuranti (come la riaffermazione che l'America non combatte guerre di conquista), ma vengono pure ribaditi il principio e la legittimità dell'attacco preventivo (anche perch�� nulla è più preventivo, se tutto è reazione all'11 Settembre). E c'è un monito preciso contro tutti i Paesi che proteggono il terrorismo: «Li confronteremo», dice fermo Bush. Una frase che suona minacciosa, dopo che il Dipartimento di Stato ha appena pubblicato la lista dei Paesi che sono conniventi con il terrorismo internazionale (sette, nel 2002: Iraq, Iran, Siria, Libia, Sudan, Corea del Nord, Cuba) e dopo le accuse appena rivolte alla Siria, alla vigilia dell'arrivo a Damasco del segretario di Stato Colin Powell. Dopo la notte a bordo della Lincoln, attesa alla base di San Diego in California (ma la portaerei ha «casa» a Everett, nello Stato di Washington), Bush raggiungerà il ranch di Crawford in Texas, dove, nel fine settimana, avrà ospite il premier australiano John Howard

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Le elezioni inglesi non premiano Blair. I laburisti sono usciti sconfitti dalle elezioni locali britanniche dell'1 maggio, che hanno visto un'avanzata dei Tory oltre le previsioni della vigilia: il partito di maggioranza ha perso il controllo di 20 amministrazioni locali in Inghilterra ed ha sofferto una serie di brutti colpi di alto profilo nel Parlamento scozzese. Il successo dei Tory, tuttavia, è stato offuscato dalle dimissioni del responsabile per il Commercio nel Gabinetto ombra -Crispin Blunt- il quale ha sferrato un duro attacco contro il leader conservatore Ian Duncan Smith, definendolo un «handicap» per il partito. Ieri, oltre 30 milioni di britannici sono stati chiamati alle urne per scegliere 11.800 consiglieri in amministrazioni locali in Inghilterra e Scozia e per rinnovare il Parlamento di Edimburgo e l'Assemblea gallese. Secondo i conteggi più aggiornati, i Tory hanno guadagnato 542 seggi, mentre i laburisti ne hanno persi 700 ed i liberal democratici ne hanno guadagnati oltre 150. Si tratta di un risultato importante, considerato che per i Tory sarebbe stato un successo mantenere i seggi di quattro anni fa. Duncan Smith ha già definito l'esito delle elezioni una «vittoria spettacolare», sottolineando che il partito laburista ha sofferto il suo «risultato peggiore mai registrato dall'inverno del malcontento nel 1979». I conservatori rappresentano «adesso il più grande partito a livello di governo locale in Gran Bretagna», ha detto.