IL CRACK DI COLLECCHIO
30 gennaio 2004
Tonna fa i nomi di politici e banchieri

C’è l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e il numero uno di Capitalia, Cesare Geronzi. La moglie dell’ex presidente del Consiglio, Lamberto Dini, e l’amministratore delegato di Bipielle, Gianpiero Fiorani. L’ex ministro Calogero Mannino e il country manager di JP Morgan Chase, Federico Imbert. Banchieri e politici, politici e banchieri. Legati da un unico filo, rosso quanto una voragine immensa: quella della Parmalat. È Fausto Tonna, l’ex direttore finanziario del gruppo di Collecchio a fare per primo, davanti ai magistrati di Parma, nomi e cognomi di quanti sapevano che la barca stava affondando oppure che con le loro pressioni hanno contribuito ad accelerare la fine dell’ottavo gruppo industriale italiano. Alla presenza del suo avvocato, Oreste Dominioni, Tonna parla come un fiume in piena, mercoledì 7 e martedì 13 gennaio. E il suo è un racconto alla Stephen King, la cronologia della discesa in un antro infernale.
I politici. Tonna parla dell’acquisizione della società Margherita Yogurt, avvenuta nel 95 o nel ’96. «Si trattava — racconta — di una società costituita con i fondi della legge per l’imprenditoria giovanile» e che non aveva nemmeno iniziato a produrre. «L’acquisto — aggiunge — non aveva alcun senso strategico per Parmalat, che però l’acquistò per 3 o 4 miliardi di lire. «Una ragione di tutto ciò — insiste Tonna — risiedeva, per quanto mi venne riferito da Tanzi, in una raccomandazione del senatore Francesco Cossiga, che aveva parenti e amici fra i soci della Margherita Yogourt».
Non solo. Tonna chiama in causa anche Donatella Zingone, moglie dell’ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Lamberto Dini. «La moglie di Dini — riferisce ai magistrati — possiede dei supermercati in Costarica. Tanzi, per i suoi buoni uffici, assoldò un consulente di nome Ottone, che ci fece acquistare uno stabilimento a un prezzo a dir poco osceno. La Parmalat — racconta ancora Tonna — investì in quell’affare denaro proveniente da Parmalat Nicaragua».
Nel suo racconto, Tonna cita anche l’ex ministro Dc, Calogero Mannino. Un episodio esemplare, che vede al centro l’acquisizione della Società Cipro Sicilia, definita da Tonna «un altro acquisto su sollecitazione politica». La società, afferma l’ex manager Parmalat, «aveva controllate e controllanti che producevano concentrato di succo d’arancia». Un’attività, secondo Tonna, niente affatto strategica per Parmalat. Eppure, Tanzi procedette nell’acquisto. «La comprammo lo stesso — dice il manager — e ci trovammo anche 150 miliardi di lire di debiti da pagare. Il gruppo apparteneva a tale Timpone e godeva della sponsorizzazione di Calogero Mannino».
Ultimo nome è quello di Franco Bonferroni, ex deputato reggiano della dc, che «avrebbe caldeggiato operazioni in Vietman e in Cambogia per le quali percepì, addirittura dietro presentazione di fattura, delle commissioni». Ulteriori episodi riguardano infine «strane sponsorizzazioni», come quelle per il Meeting dell’amicizia di Rimini.
I banchieri. È un capitolo corposo quello che riguarda le banche (vedi altro articolo in pagina). Tonna rivela il tentativo di Geronzi di convincere Tanzi ad acquisire la Cirio nell’ottobre 2002 e l’imposizione dell’acquisto di una quota dell’1,5% del Mediocredito centrale. C’è poi il coinvolgimento dell’ad della Banca Popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani, e il ruolo delle banche estere, come JPMorganChase, Citibank e Bank of America che, secondo l’ex direttore finanziario, sapevano della crisi di liquidità del gruppo. Un atto d’accusa pesante nei confronti delle banche, perché, dice Tonna, spesso i crediti non erano assistiti da garazie reali o di firma ma solo dai bilanci, che però «non erano sufficientemente idonei a ingannare una persona esperta, in quanto sarebbe bastato confrontare il debito lordo del bilancio con quello reale». Oppure verificare presso la Centrale dei rischi, «per rendersi conto delle differenze e quindi delle falsità». Ancora: «Nei prospetti informativi dei bond emessi da Parmalat vi era il divieto di vendita al pubblico. Pertanto, se parte di questi bond sono finiti nelle mani di investitori privati, la responsabilità è solo delle banche». E ora, anche su questo i magistrati dovranno appurare la verità.